La normalità al potere

Si è presentato nelle case degli italiani all’ora di cena, nei tg delle otto, con un semplice buonasera: niente retorica, neppure un sorriso. E senza mai usare la parola ‘io’. Parlando invece di equità sociale e di dignità. Un cambio di stile rivoluzionario rispetto al berlusconismo. Lo stile di un uomo normale al potere.

Si è presentato nelle case degli italiani all’ora di cena, nei tg delle otto, con un semplice buonasera. Niente retorica, neppure un sorriso, solo alla fine una battuta in puro stile anglosassone. Buonasera, eccomi qua, sono il professor Mario Monti: l’Ufo del Palazzo romano, il Supermario di Bruxelles, descritto nei giorni scorsi come il salvatore della Patria sceso in terra (dagli adulatori, già schierati in forze) o come il capo del complotto demo-pluto-ecc. (dalla ridotta della Valtellina berlusconiana), si è mostrato infine con il volto dell’italiano normale chiamato a fare uno sforzo straordinario.

Il cambio di stile è rivoluzionario. Bastava vedere, qualche minuto prima, il videomessaggio del premier uscente. E dire che Silvio Berlusconi, almeno in questo caso, aveva tentato di indossare i panni dello statista buono che per generosità e amore nei confronti del Paese fa un passo indietro. Niente da fare: sia pure moderato nella forma, il Cavaliere del congedo era il solito Berlusconi che abbiamo conosciuto in questi anni. Ego straripante, tutto un ripetere la parola Io, diminutivo di dio, assolutamente convinto di sé e della propria funzione provvidenziale per l’Italia, anche quando i fatti si sono incaricati di smentirlo così pesantemente. «Quando si sente dire che serve un governo tecnico al Consiglio dei ministri ci mettiamo a ridere. Non vedo nessun tecnico in giro che abbia la mia stessa autorevolezza personale e politica», aveva ridicolizzato la sola ipotesi di essere sostituito l’uomo di Arcore il 9 settembre, appena due mesi fa, ad Atreju, la festa dei giovani del Pdl a Roma. Ieri sera, forse, avrebbe voluto ripeterlo. E invece gli toccava ripetere meccanicamente responsabilità e generosità, termini a lui ignoti.

La parola io non esiste, invece, per il professor Monti. Non perché sia privo di autostima: anzi, se c’è una cosa che unisce il premier incaricato a quello uscente è proprio la certezza di essere un numero uno, un’eccellenza. Ma oggi è il tempo dell’emergenza, per affrontarla servono gli uomini normali, come altre volte nella storia. L’entrata in scena di Monti fa la stessa impressione che dovette fare nel 1945 l’arrivo al Viminale dopo il ventennio fascista di personaggi come Ferruccio Parri, il comandante partigiano Maurizio, l’azionista che fu il primo presidente del Consiglio dopo la Liberazione, o come Alcide De Gasperi, che era stato deputato del Parlamento austriaco. Austeri, sobri, anti-retorici, non a caso marchiati all’epoca come stranieri, o addirittura invasori, da una parte del Paese. I nostalgici del lungo e tragico carnevale mussoliniano, i qualunquisti di Guglielmo Giannini, progenitore dei Feltri, dei Sallusti, dei Ferrara di oggi.

Anni fa il filosofo Remo Bodei in “Il noi diviso” le definì passioni grigie, le virtù degli eroi borghesi, inevitabilmente minoritarie, eppure essenziali nei momenti di emergenza: «scarsamente diffuse in Italia, respingono il fanatismo e l’estremismo, prediligono l’efficienza e la normalità. Pongono in primo piano i diritti e i doveri, la ragionevolezza, l’onestà, la serietà. Si presentano grigie e impiegatizie, modeste e di routine soltanto a coloro che considerano la democrazia un regime orientato dai gusti volgari e dalle opinioni superficiali delle folle o retto da potenti lobbies che manipolano spregiudicatamente il consenso». Eroi come Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giorgio Ambrosoli che nella lettera-testamento alla moglie Anna aveva lasciato detto di educare i figli al dovere verso il loro Paese, «si chiami Italia o si chiami Europa».

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