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Berlusconi venga in Parlamento, la crisi di governo c’è

Care democratiche, cari democratici

vi scrivo perché ieri mattina ho chiesto formalmente al Presidente del Consiglio Berlusconi di venire in Parlamento ad affrontare la crisi di governo in corso.
L’ho fatto all’avvio dei lavori della Camera a nome di tutto il PD, dopo un’assemblea con i gruppi democratici alla Camera e al Senato.

Siamo convinti che adesso bisogna restituire alle Camere il loro ruolo di casa del confronto democratico. La scissione nel PDL e la richiesta di dimissioni dalla presidenza della Camera di Gianfranco Fini sono fatti di assoluto rilievo politico che non possono essere aggirati.

C’è un dissidio insanabile che il Paese ha visto via via motivarsi attorno alle grandi questioni sociali che sono quelli su cui l’opposizione dal primo momento ha indicato il limite di questo Governo. Aspettiamo Berlusconi in Aula, perché agosto o non agosto non si pensi che si possa finire a tarallucci e vino.

Prima di tutto dobbiamo ristabilire il principio base della democrazia: un cittadino deve potersi scegliere il proprio parlamentare. Poi ognuno faccia la sua proposta per un Paese che ha bisogno di futuro.

Di seguito il mio intervento integrale alla Camera dei deputati.

Signor Presidente, in queste ore, accadono fatti di assoluto rilievo politico ed istituzionale che meritano di essere valutati subito, all’apertura dei lavori di questa Camera. I fatti sono evidenti e non possono essere in alcun modo aggirati o elusi.

Il Capo del Governo certifica, in modo solenne, la frattura incomponibile nel maggior partito della maggioranza. Un dissidio insanabile che il Paese ha visto, via via, motivarsi attorno a dei temi, come la legalità, la democrazia e le grandi questioni sociali, con riferimento ai quali l’opposizione, dal primo momento, ha indicato la criticità ed il limite di questo Governo. Inoltre, il Presidente del Consiglio ha, di fatto, sfiduciato il Presidente della Camera, arrogandosi di un potere che non ha, che non è suo, perché il Presidente della Camera è di tutti, anche di quelli che non lo hanno votato.
Davanti a fatti come questi, credo che il Parlamento debba tornare ad essere la casa della discussione democratica: il Presidente del Consiglio facesse la cortesia di venire in Parlamento a spiegarci e a consentirci di discutere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Mi rivolgo ai colleghi delle varie articolazioni della maggioranza, che questa mattina non sono molto mattinieri: per cortesia, non ci si venga, adesso, a propinare lo stanco rito retorico per cui è successo, ma non è successo niente; che, sì, ci stiamo massacrando, ma andremo d’accordo; che il motore si è rotto, ma la macchina va. No, il Paese non ha questi tempi, il Paese ha delle altre esigenze.
È ora di capire – ho detto così due giorni fa – che siamo oltre le colonne d’Ercole di una fase e che bisogna assumersi delle responsabilità. Ho detto anche che la prima questione è di ristabilire il principio basico di una democrazia, per cui un cittadino deve potersi scegliere il proprio parlamentare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E da lì in poi, ognuno faccia la sua proposta per il futuro di questo Paese; un Paese che ha bisogno di futuro e – lo ripeto – di una proposta per il futuro.
Ma di questo avremo tempo per discutere. Adesso, il problema è: non si pensi che ad agosto si possa andare «a tarallucci e vino» su una faccenda di questo genere. Il Presidente del Consiglio venga urgentemente in Parlamento.

Pier Luigi Bersani
Segretario Nazionale del Partito Democratico

PS: gira il post ai tuoi amici e invitali ad unirsi a noi del circolo del PD di Cordenons.

E’ fatta!

di Giacomo Lagona

Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento“.

Obama è riuscito in quello che nessun suo predecessore era mai riuscito prima: una riforma che riguarda 32 milioni di americani senza assistenza sanitaria con una spesa di 940 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Alla mezzanotte di ieri – alle 5 di questa mattina in Italia – il Presidente americano ha tenuto il discorso di ringraziamento ai deputati democratici che hanno votato la riforma da lui fortemente voluta 14 mesi fa. Duecentodiciannove contro duecentododici i voti, tutti democratici e nessuno repubblicano: la condivisione bipartisan chiesta da Obama si è scontrata con la dura legge dei repubblicani e della loro sciocca visione della libertà individuale.

Non è stata facile per il Presidente americano far approvare la riforma, soprattutto visti gli scontri ideologici all’interno del suo stesso partito: Bart Stupak del Michigan è il deputato antiabortista che ha creato più problemi, ma Obama, in una riunione poco prima della votazione, ha firmato un “ordine esecutivo” legittimando il divieto di usare i fondi federali per il rimborso delle spese nelle interruzioni di gravidanza. Questo è bastato al deputato del Michigan per votare la legge sanitaria, e anche se 34 Democratici hanno votato contro per paura delle prossime elezioni di novembre, il loro voto è diventato ininfluente ai fini dell’approvazione. Il voto positivo ha scongiurato pure l’insuccesso di gennaio, quando, dal posto al Senato lasciato vacante dalla morte di Ted Kennedy, i Democratici si sono visti battere da Scott Brown, vincendo contro il procuratore capo del Massachussets Martha Coakley, in un seggio kennediano da oltre 60 anni. Questa sconfitta sembrava affossare definitivamente le ambizioni del Presidente nero, ma l’ingordigia delle multinazionali hanno fatto il gioco di Obama: il meso scorso la Blue Cross, colosso delle assicurazioni statunitensi, ha aumentato le polizze sanitarie del 39 per cento, dando la possibilità a Obama di tornare in auge con la riforma accusando i Repubblicani di speculare con la pelle della povera gente facendo accumulare enormi ricchezze alle multinazionali sanitarie. Da quel giorno la rincorsa alla riforma e iniziata nuovamente. Oggi è finita definitivamente. La riforma verrà votata in Senato a breve, e in settimana Obama apporrà il suo nome a quella che è considerata la prima storica riforma americana.

Cosa cambia. Cambia tantissimo per le società assicurative: vietato rescindere polizze in uso quando un paziente è malato (usata spessissimo per non pagare le rette ospedaliere salate); vietato rifiutare una polizza invocando malattie preesistenti nei bambini; vietato introdurre tetti massimi di rimborsi quando le spese diventano troppo onerose (ad esempio nei pazienti con terapie intensive ad alto costo tipo il cancro); il diritto per le famiglie di mantenere nella propria copertura assicurativa anche i figli sotto i 26 anni, graditissima oggi più che mai con la grave crisi economica; multe salatissime alle aziende con oltre 50 dipendenti che rifiutano l’assicurazione sanitaria ai lavoratori (la media di una polizza costa al dipendente circa 12mila dollari annui).

Quando parte. La riforma avrà validità nel momento in cui Obama la firmerà, e riguarderà, dal 2014, oltre 32 milioni di americani che fino ad oggi – vuoi per il basso reddito, vuoi perché con malati cronici in casa – non ne hanno potuto usufruire. Di questi 32 milioni quasi la metà usufruiranno della Medicare e della Medicaid, la mutua statale per gli anziani e i meno abbienti voluta da Johnson 45 anni fa: la prima va a coprire gli ultra-sessantenni che nel 2005 erano oltre 43 milioni; la seconda gli indigenti che non superano i 29mila dollari di reddito annui con quattro persone a carico – nel 2005 erano oltre 45 milioni gli americani che sfruttavano il programma di Lindon Johnson. I circa 16 milioni di oggi si aggiungono agli oltre 107 mln di americani che già prima della riforma Obama ne facevano uso, mentre l’altra metà sarà costretta a comprarsi una polizza esattamente come adesso, ma scegliendola da un paniere sorvegliato dallo Stato e con sussidi pubblici fino a 6mila dollari annui: questo per far in modo che la polizza non superi il tetto massimo del 9.5 per cento del reddito annuo.

Cosa prevede. La riforma prevede che tutti gli americani beneficino di una copertura sanitaria pro-tempore. Ovvero lo Stato mette tutti in condizione di sfruttare la sanità anche con fondi pubblici fino a quando non siano in grado di potersela pagare autonomamente. Perché, in fin dei conti, la sanità americana rimane pur sempre privata: gli ospedali rimangono a pagamento, gli interventi chirurgici restano a carico del paziente e qualsiasi forma di assistenza sanitaria è comunque privata, tranne il caso in cui le  famiglie beneficiano del programma di assicurazione sanitaria statale dei bambini. Il programma provvede alla copertura sanitaria per più di sei milioni di bambini in famiglie ove i genitori guadagnano troppo per essere inclusi all’interno del programma Medicaid, ma tuttavia non possono permettersi una assicurazione privata. Inoltre, vi sono molti altri programmi federali che beneficiano una popolazione più specifica, per esempio i veterani di guerra o i nativi americani, e molti programmi attivi a livello dei singoli stati o a livello locale, fra i quali più di mille “community center” che offrono cure gratis o a basso costo.

Cosa manca. Manca quella radicale innovazione chiesta da Obama al momento del disegno di legge, perché lasciato cadere ai primi scrosci di accuse fatte dall’estrema destra – lo slogan in voga mesi fa era la “socializzazione delle cure mediche” – per cui l’assenza è di un’assicurazione statale a basso costo disponibile a tutti che poteva far concorrenza a quelle private. In compenso però parte dei costi della stessa verrà riversata sulle aziende farmaceutiche sotto forma di aumenti fiscali, quindi chi prima ne beneficiava adesso è costretta a pagarne la sopravvivenza.

Chi vince e chi perde. La vittoria e la sconfitta è ambivalente. Obama e i Democratici hanno vinto nel medio termine innanzitutto perché la riforma è stata votata e approvata solo dal partito del Presidente, e inoltre per aver dato forma ad una legge che da 50 anni nessun Presidente era mai riuscito a far approvare. I Repubblicani hanno perso perché non sono riusciti – per mille motivi – a votare una legge condivisa con i Democratici in cui tutta la Camera dei Deputati, con coesione e unità, poteva sancirla. Nel lungo termine sia Obama che i Democratici probabilmente pagheranno questa vittoria con una sconfitta – o una sostanziale perdita di seggi – alle elezioni di midterm a novembre. Infatti una buona parte di americani non sono convinti della bontà di questa legge, ragion per cui questo malessere potrebbe danneggiare il Presidente al momento del rinnovo dei 435 rappresentanti della Camera, dei 33 del Senato e dei 36 Governatori dei 50 Stati federali. Insomma, Obama deve fronteggiare un vulcano in eruzione da oggi a otto mesi, e deve sperare nel frattempo che gli americani – soprattutto i beneficiari della riforma – capiscano l’utilità della legge e promuovano il Presidente dopo l’exploit di due anni fa.

Ma questa è un altra storia ed oggi siamo felici per quello che è successo nella lunga notte di Washington.

Una opposizione determinata produce risultati

Sul decreto Protezione civile il Partito democratico, insieme alle altre forze di opposizione, ha ottenuto una vittoria molto importante. Maggioranza e governo hanno dovuto fare più passi indietro. Prima hanno dovuto rinunciare alla creazione della Protezione civile Spa. Poi accettare di misurarsi in aula sui contenuti delle norme, approvando alcune nostre fondamentali proposte: è stato cancellato lo scudo giudiziario per la gestione delle emergenze in Campania ed è stata accolta una modifica che ha ristabilito l’autonomia del ministero dei Beni culturali dal dipartimento della Protezione civile. Abbiamo dimostrato che l’unità delle forze che si oppongono al governo Berlusconi può portare a risultati significativi.
Il nostro voto finale al decreto è stato comunque contrario perché non si fa distinzione fra calamità naturali e grandi eventi. Una soluzione insensata che serve solo a sfuggire regole e controlli.
Anche questa settimana, infine, abbiamo battuto tre volte il governo in aula su ordini del giorno per una maggiore trasparenza sull’emergenza carceri.
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