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La guerra dichiarata a Murdoch

Cable: l’uomo che ha dichiarato guerra a Murdoch. E ha perso“, titola l’Independent. Il segretario alle finanze del Regno Unito Vince Cable è rimasto vittima di una trappola ordita dal Daily Telegraph. Cable, membro dei Liberaldemocratici alleati del premier conservatore David Cameron, ha confessato a due reporter in incognito che si fingevano elettori di aver “dichiarato guerra” al magnate delle comunicazioni Rupert Murdoch. Murdoch, che controlla diversi giornali britannici, sta cercando di impossessarsi della più grande compagnia di trasmissioni satellitari del Regno Unito, la BSkyB. Non appena la notizia è stata pubblicata Cable è stato “esautorato dalle questioni politiche e finanziarie riguardanti i media, le tv e la comunicazione digitale”, scrive il quotidiano di Londra.

La verità rende liberi

I rapporti tra il governo di Sua Maestà e l’Irlanda del Nord non sono mai stati idilliaci. A cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70 l’IRA ebbe il suo culmine di notorietà e di aiuti tra gli indipendentisti per via un fatto di cronaca che ha segnato le sorti dell’Irlanda e della Gran Bretagna.

Il 30 gennaio 1972, durante una manifestazione per i diritti civili a Derry, in Irlanda del Nord, i soldati del Primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti fecero fuoco tra la folla uccidendo quattordici persone tra i manifestanti. I militari inglesi si giustificarono dicendo che loro avevano solamente risposto al fuoco nemico, in contrasto con le parole dei numerosi testimoni che affermavano l’esatto contrario. Quel giorno, quella domenica, venne chiamata la domenica di sangue, “Sunday bloody” per gli inglesi. L’11 marzo 1983 il gruppo musicale degli U2, irlandesi di nascita, scrissero una canzone, rimasta nella storia della discografia mondiale, per ricordare quella domenica maledetta: Sunday, bloody sunday.

Durante quel 1972, l’allora primo ministro inglese Edward Heath avviò un’inchiesta che portò ad un proscioglimento totale da ogni colpa dei militari accusati della strage, ma era stato un naturale insabbiamento dei fatti. Nel gennaio del 1998 – 26 anni dopo la prima inchiesta -, il Governo di Tony Blair avviò un’altra inchiesta imparziale di cui oggi si sanno i risultati.

Sono passati trentotto anni dalla strage di Derry, dodici dall’inizio della seconda inchiesta e 250 milioni di euro spesi per appurare i fatti. Questa settimana la Commissione ha diramato un rapporto di 5.000 pagine con i risultati dell’inchiesta. Ieri il Primo Ministro David Cameron ha tenuto l’attesissimo discorso alla Camera dei Comuni dove spiegava e comunicava i risultati. Questi i momenti più importanti:

Sono patriottico, e non voglio pensare male del mio paese. Ma le conclusioni del rapporto sono chiarissime.

L’attacco dei soldati ai manifestanti è stato ingiustificato e ingiustificabile.

Nessuno dei morti e dei feriti poteva essere considerato una minaccia.

Chiedo profondamente scusa per quanto è successo quel giorno.

Il primo colpo è stato sparato dall’esercito britannico. Sono arrivati colpi anche dalla folla, che però non giustificano in nessun modo l’attacco.

All’epoca, diversi soldati mentirono sugli avvenimenti.

Non si può sostenere l’esercito difendendo l’indifendibile.

Non ci sono prove di una premeditazione dell’attacco.

Non ci sono prove di un insabbiamento dei fatti.

Bisogna ricordare il lavoro e il sacrificio dell’esercito britannico in Irlanda del Nord. Più di 1000 soldati hanno perso la vita per portare la pace.

Quest’inchiesta dimostra come si dovrebbe comportare il governo: guardare in maniera aperta al passato non lo rende più debole, ma più forte.

Quello che è successo non sarebbe mai e poi mai dovuto accadere.

Non possiamo dimenticare il passato, ma bisogna andare avanti.

Capisco il dolore dei familiari, ma spero, come ha detto uno dei genitori, che la verità possa renderli liberi.

Il discorso del premier britannico è stato seguito da moltissime persone all’esterno della Camera, anche i familiari delle vittime di Derry erano presenti, e alla fine del discorso c’è stato un lunghissimo applauso che ha sancito finalmente che la verità può veramente rendere liberi.

(di Giacomo Lagona)

Ministro della banda larga

Mentre in Italia ancora molti cittadini sono tagliati fuori dalla rete Internet, nel Regno Unito David Cameron pensa addirittura a un ministro per la banda larga.

The main priorities for the new minister will be ensuring that all areas of the UK have a broadband speed of at least 2Mbps (megabits per second).
He or she will also need to draw up a plan for getting next-generation broadband to the third of the country that is unlikely to be served by current commercial plans.
[Le principali priorità per il nuovo ministro saranno quelle di garantire che tutte le zone del Regno Unito abbiano una velocità a banda larga di almeno 2Mbps (megabit al secondo). Lui o lei dovrà anche elaborare un piano per la banda larga di prossima generazione per il terzo del paese che probabilmente non sarà servito dagli attuali piani commerciali]

[Via OpenWorld]
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Lord David Cameron

di Giacomo Lagona

Alle 20,20 italiane Gordon Brown rassegna le dimissioni da Primo Ministro del Regno Unito e si avvia a rimettere il suo mandato nelle mani della Regina. Alle 21,37 David Cameron riceve l’incarico di formare il nuovo governo, probabilmente (sicuramente) con Nick Clegg vice Primo Ministro e sei ministri dei liberal-democratici. Il mio best case scenario si avvicina sempre di più, domani di certo l’avrò vinta.

Cameron ha vinto, ma non potrà governare

di Giacomo Lagona

Come da copione i conservatori hanno vinto senza problemi con 306 seggi contro i 258 dei laburisti e i 57 del flop liberal-democratico. Nel discorso di ieri pomeriggio Brown ha ribadito che continuerà a lavorare per il Paese, ma si è detto disponibile a formare un governo assieme a Clegg se Cameron non dovesse arrivare ad un accordo con i liberal: è un loro diritto-dovere farlo. In questo momento i Labour alleandosi con i Lib-Dem di Clegg arriverebbero a 315 seggi, quindi ben lontani dai 326 indispensabili per avere una maggioranza in grado di governare senza problemi. Inoltre, una maggioranza Brown non l’avrebbe nemmeno se si alleasse con qualunque dei partiti minori, quindi sarebbe comunque ben distante dal governo forte che avrebbero bisogno oggi gli inglesi. Ma non è questo fondamentalmente il punto. Il punto è che Cameron ha vinto, e pur senza maggioranza deve provare a governare.

Dopo il discorso di Brown è toccato al leader dei Tories andare davanti alle telecamere e parlare agli inglesi. Il suo discorso è stato corretto, onesto e preciso: ha sostanzialmente avvisato Clegg che un accordo con loro è sempre possibile ma solo a determinate condizioni. E cioè rispettare in toto il programma dei conservatori così com’è senza cambi o alterazioni di nessun genere; senza cambiare una virgola sulla politica europeista e sull’immigrazione, temi lontani dal programma dei Lib-Dem. Ha difeso il maggioritario secco ed ha abbozzato l’idea di formare una commissione apposita in grado di proporre alternative all’attuale sistema elettorale. Ha fatto intendere che andrà avanti anche con un governo di minoranza, e questo vuol dire che ogni volta dovrà andarsi a cercare i voti per far passare qualunque cosa. E’ dura in questo modo, però Cameron ha un arma in più: il Primo Ministro può decidere di indire elezioni anticipate in qualsiasi momento. Quindi se vede che la partita è persa in partenza gli rimarrà sempre la carta delle elezioni per cercare di ribaltare tutto alle urne.

C’è un problema però: al prossimo vertice dei Labour, Gordon Brown cederà il posto a David Milliband. Questo è uno svantaggio per i Tories perché Milliband – attuale Ministro degli Esteri – come capo dei Labour è un osso duro da battere e da manipolare. Insomma, non è Brown e Cameron ne è consapevole, quindi starà molto attento alle mosse da fare nei prossimi mesi/anni.

Il mio parere è sempre quello di qualche giorno fa: Conservatori e Liberal-Democratici alleati nel formare un governo di coalizione che duri il tempo necessario per rafforzare Cameron come Primo Ministro e i conservatori come prima forza del Paese. Dopo si vedrà.

Update 18.30.

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Nulla è cambiato!

Torna la normalità nel paese della Regina: “After weeks of opinion polls predicting a hung parliament due to the surge in support for Nick Clegg, the Tories are up two points to 38 per cent, ahead of Labour on 28 per cent, with the Liberal Democrats trailing on 25 per cent. Both Labour and the Lib Dems have slipped one point since last Wednesday”.
Gli ultimi sondaggi danno quasi per scontata una vittoria di larga misura per i conservatori, tanto che Cameron probabilmente potrà formare il suo governo senza il fiato sul collo di Brown ne’ del lib-dem Clegg sceso nei sondaggi al terzo posto col 25 per cento. Dai sondaggi di ComRes di questa settimana, se alle elezioni di giovedì prossimo le cose non cambieranno sostanzialmente (in realtà si dovrà arrivare al 39-40%), i conservatori avranno la maggioranza assoluta con 315 seggi, contro i 236 dei Labour e i 69 dei Lib-Dem.

Anche se i dati riportano tutto nella normalità, il 25% dei Liberal-Democratici è un risultato notevolissimo molto più del dato iniziale prima che i tre interventi in tv gli dessero parecchia visibilità, tanto che in pochi giorni la notorietà di Nick Clegg salì al 61 per cento e quella del suo partito al 35. Nell’ultimo dibattito i Lib-Dem sono calati come da copione: Clegg si è dimostrato troppo populista sull’immigrazione e quasi tutti i media hanno scritto che la scarsa esperienza di Super-Nick ha fatto da contrappeso tra le cose solo dette e le cose da fare. Nemmeno Brown è riuscito a risollevare le sorti dei Labour in un contesto economico dichiaratamente sua materia principale. La serata di giovedì scorso è andata appannaggio di un David Cameron che non ha detto nulla di trascendentale, ma dei tre è stato sicuramente il più credibile.

Ultima considerazione interessante che farà certamente pendere la bilancia da un lato o dall’altro. Negli ultimi giorni i media inglesi hanno espresso il loro importante giudizio: prima l’endorsement del Sun che molla i laburisti a favore dei Tories, successivamente il pregiudizio liberale dell’Economist per Cameron, poco dopo l’endorsement del Guardian nei confronti di Clegg, venerdì Cameron la spara grossa su un contratto con gli inglesi in pieno Berlusconi style, e ieri Brown intervistato dall’Observer non ci fa una bella figura accusando Clegg di essere solo un “presentatore di un quiz televisivo”. Insomma, altro che sobrietà britannica…

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Non è l’anno di Brown

di Giacomo Lagona

Il 2010 non è l’anno giusto per i laburisti in Gran Bretagna. Qualche giorno fa, durante un’intervista a Sky, Brown si è imbattuto in una anziana signora la quale gli chiedeva delle semplici informazioni sulla politica fiscale inglese. Brown, dimenticandosi il microfono aperto, salendo in macchina l’aveva apostrofata non propriamente da gentiluomo: “È stato un disastro. Non avrebbero dovuto mettermi con quella donna. Di chi è stata l’idea? È ridicolo… È un’intollerante che votava laburista. Davvero, è ridicolo. Non so perché Sue l’abbia fatta avvicinare“. Naturalmente le scuse ufficiali non sono servite a nulla, tanto che il conservatore David Cameron e il Lib-Dem Nick Clegg hanno criticato aspramente l’odissea del Primo Ministro fino all’ultimo dibattito televisivo di giovedì sera.

L’ultimo dibattito dell’altra sera doveva essere la spinta di Brown verso la rielezione. Si parlava di economia, piatto forte del Primo Ministro in carica da sempre, ma Brown, pur attaccando il candidato in testa ai sondaggi, ha fatto alla fine il gioco dell’avversario. I sondaggi oggi danno per vincente Cameron rispetto a un Clegg caduto spesso nel populismo quando si parlava di politica per gli immigrati, e soprattutto rispetto all’attuale premier in picchiata all’ultimo posto col 27 per cento.
Dato che al peggio non c’è mai fine, ieri Brown ha avuto la batosta che spazzava via definitivamente il suo secondo mandato. Durante un’iniziativa pubblica dove partecipava assieme allo stratega laburista Peter Mandelson, un auto si è schiantata in una fermata del bus a pochi passi dal palco durante l’intervento di Mandelson. Il risultato è stato che l’iniziativa è stata prima sospesa e dopo definitivamente rinviata. La BBC ha il video nel momento dello schianto con un esterrefatto Gordon Brown il quale non riesce a capacitarsi della propria sfortuna, mentre il Guardian ha il file audio registrato con lo schianto durante il discorso.

Insomma, non è proprio l’anno di Gordon Brown e dei laburisti, mentre appare sempre più evidente che il prossimo capo dell’esecutivo inglese sarà David Cameron con l’apporto di un fantastico Nick Clegg al vertice dello scacchiere politico britannico. Ma solo il sei maggio sapremo il verdetto definitivo di questa estenuante e per certi versi sconcertante campagna elettorale in terra d’Inghilterra.

La campagna inglese

di Giacomo Lagona

Come molti di voi già sanno, a maggio si svolgeranno le elezioni politiche anche nel paese della Regina Elisabetta: i candidati, come al solito, saranno da scegliere tra i Labour di Gordon Brown e i Tories di David Cameron. Ai due partiti storici va ad aggiungersi un terzo, che, anche se presente praticamente da sempre nella scena politica anglosassone, solamente quast’anno ha serie possibilità di fare da contrappeso tra laburisti e conservatori: parlo dei Lib-Dem, i liberal-democratici di Nick Clegg.

Dopo tredici anni di governo ininterrotto della sinistra inglese – prima con Blair e poi con Brown – da qualche anno anche i conservatori hanno portato una ventata di modernità nell’austera terra di Re Giorgio. Il nome che i Tories buttano nella mischia è quello di David Cameron, giovane politico rampante diversissimo dai canoni conservatori inglesi a cui siamo abituati. La sua biografia dice che proviene dalla facoltosa borghesia britannica e come da prassi ha studiato nella prestigiosa scuola privata di Eton. La sua elezione a leader dei Tories è avvenuta soprattutto per dare voce al bisogno di un ricambio generazionale tra i conservatori a seguito delle tre sconfitte elettorali consecutive (1997, 2001, 2005) subite ad opera del Partito Laburista di Tony Blair. Dotato di un carisma notevole, David Cameron ha mostrato immediatamente il ricambio generazionale di un partito sempre più considerato espressione di idee sociali superate, e certamente la sua dichiarata passione per i Radiohead e gli Smiths, assieme ad un linguaggio giovanile e affabile, ha fatto capire al popolo inglese le sue idee che fino a quel momento erano associate ad una Gran Bretagna più moderna simile a quella lasciata da Tony Blair: il totale abbandono di riferimenti discriminatori verso minoranze sessuali; politiche ambientali più responsabili e sostenibili; la possibilità di legalizzare le droghe leggere e la difesa della sanità pubblica. Sono solo alcune delle proposte messe sul tavolo da Cameron per le elezioni di maggio. Insomma, un conservatore dal volto liberal. Quest’anno è sempre stato in testa a tutti i sondaggi d’opinione, quindi risulta il candidato da battere. Inoltre, per dare un ulteriore segno di cambiamento, ha deciso di inviare in Polonia Nick Herbert, l’omosessuale di rango più alto nel suo partito con l’obiettivo di incoraggiare il partito ultraconservatore Diritto e giustizia – il partito di Lech Kaczynski, alleato dei conservatori nel parlamento europeo – ad abbandonare le proprie posizioni razziste e omofobiche.

Gordon Brown ormai è un’icona dei Labour inglesi. Negli anni dell’ultimo mandato di Tony Blair – ovvero tra il 2002 e il 2005 – la vita politica di Gordon Brown subì un’impennata spropositata tanto che Time lo inserì tra le 100 persone più influenti del 2005 a scapito di Blair allora ancora Primo Ministro. La carriera politica di Brown spicca anche per l’incarico di Cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del Ministro dell’Economia) per dieci anni consecutivi durante il governo Blair. Tra le cose che l’attuale Primo Ministro fece come capo economico inglese fu quella di dare, a sorpresa, alla Bank of England l’indipendenza economica di condurre la politica monetaria, e quindi la responsabilità di decidere i tassi di interesse. Dal punto di vista fiscale si è dimostrato un personaggio insolitamente influente sui dettagli dei piani di spesa del governo. La politica elettorale Laburista di non alzare le tasse per redditi medi e alti si venne a scontrare con la sua decisione di allineare l’assicurazione nazionale (una tassa per sostenere il sistema sociale nazionale) con il livello di tassazione, e quindi di alzare il contributo dell’assicurazione di un punto percentuale colpendo così tutti i tipi di reddito con l’eccezione delle rendite e delle pensioni. Questa azione, con l’aumento delle rendite fiscali, gli ha portato l’accusa di aver imposto delle “tasse fantasma”. È ampiamente considerato uno tra i meno entusiasti sostenitori dell’Euro nel governo Blair, e pare che abbia avuto scontri con altri membri del Gabinetto più eurofili ma allo stesso tempo è stato più volte affermato che il suo Cancellierato ha visto il più lungo periodo di crescita economica del Regno Unito. Con le dimissioni di Tony Blair il 27 giugno 2007, Gordon Brown ha cessato di ricoprire la carica di Cancelliere dello Scacchiere ed ha assunto quella di Primo Ministro lo stesso giorno, dopo essere stato ufficialmente nominato dalla Regina Elisabetta II. Come tutti i Primi Ministri, Brown è attualmente Primo Lord del Tesoro e, pertanto, membro del Consiglio Privato.

Il terzo candidato alla carica di Primo Ministro è l’esordiente Nick Clegg dei Lib-Dem. La biografia di Clegg è finora molto scarna, di lui si sa solo che il primo importante successo elettorale fu come consigliere nell’East Midlands, incarico coperto dal 1999 al 2004. Fu in seguito eletto parlamentare nel collegio di Sheffield Hallam nelle elezioni del 2005, e quindi nel 2006 divenne il portavoce del partito per la politica interna. Dopo la breve permanenza di Menzies Campbell alla guida del partito, seguita alle dimissioni di Charles Kennedy, Clegg gli succedette nel dicembre 2007, vincendo la concorrenza di Chris Huhne. Il 30 gennaio 2008 è stato nominato membro del Consiglio Privato di Sua Maestà.
Ha scritto diversi libri di argomento politico, e dopo essersi diplomato alla Westminster School di Londra, Clegg studiò archeologia e antropologia al Robinson College di Cambridge; perfezionò quindi i suoi studi alla University of Minnesota e al Collegio d’Europa. Curiosità: si è scoperto che Nick Clegg da ragazzo ha vissuto per un periodo a New York, e faceva lo stagista di Christopher Hitchens, noto commentatore per Vanity Fair, The Nation e Slate, attualmente columnist per il Wall Street Journal nonché – occasionalmente – esperto di affari correnti americani sulle colonne del quotidiano britannico Daily Mirror. Settimana scorsa inoltre hanno trovato in un taxi alcuni appunti e promemoria di Nick Clegg sul dibattito elettorale di cui parlerò sotto.

Per la prima volta nella storia delle elezioni a premier, in UK ci saranno tre dibattiti elettorali in tv: il 15, il 22 e il 29 aprile. Nel primo si è parlato di politica interna e a sorpresa ha vinto Clegg sottraendo diversi consensi non solo ai laburisti logorati da tredici anni di governo, ma anche ai conservatori per l’unico motivo che Cameron si trova ormai nella scomoda posizione di vincitore annunciato. E se da oltre un anno il suo slogan “Vote for change” ha praticamente tappezzato l’intera isola, Cameron ha fatto l’errore di strategia nel pensare che se un cambiamento ci deve essere, perché gli inglesi non dovrebbero votare Clegg unico vero cambiamento? Gordon Brown in questo primo confronto è stato inesistente e molto poco a suo agio in un dibattito con le domande dal pubblico. Le impressioni italiane sono state che tutti e tre candidati sembrano leghisti, anzi, i leghisti rispetto a loro sono dei principianti con l’attenuante non da poco che non considerano l’immigrazione come la madre di tutti i mali. Altro punto importante sono state le spese dei parlamentari e l’aumento della criminalità negli ultimi mesi, cosa che Brown non ha saputo ribattere perché direttamente interessato. Notevole è stato il “Wonderful, wonderful thing” di Cameron parlando del sistema sanitario nazionale del quale solo dieci anni fa sarebbe stato semplicemente impossibile accennarne per un conservatore. Conclusioni: paradossalmente Clegg è sembrato quello con l’atteggiamento più da leader, tranne quando cadeva (spesso) nel populismo del taglio delle spese inutile e della burocrazia; Cameron era l’uomo da battere, ma con un Clegg fautore del”Trust your instincts” c’era poco da fare… e infatti; Brown ha perso malamente l’opportunità di ridurre lo svantaggio da Cameron, ma senz’altro al prossimo dibattito prenderà le misure dal novello Robin Hood.

Nel secondo dibattito elettorale si è parlato di politica estera. Si è parlato di Afghanistan, Iraq, Unione Europea, naturalmente di Stati Uniti, ma anche di terrorismo e immigrazione senza dir nulla di più di quel che scritto sui loro programmi elettorali: blandi. Secondo il Times e il Telegraph il dibattito è stato vinto da David Cameron, mentre secondo il Guardian e l’Independent si è trattato della seconda vittoria di file per il liberaldemocratico Nick Clegg. Tutti d’accordo che il primo ministro uscente Gordon Brown è uscito nuovamente con le ossa rotte non riuscendo a mettere in difficoltà gli avversari e soprattutto non sapendo ricolmare i gradi di separazione da Cameron.
Clegg è diverso dalla natura politica inglese: europeista convinto, contrario all’intervento militare in Iraq, molto severo con Israele, è stato più volte accusato da Brown e Cameron di essere antiamericano. Gordon Brown è il solito marpione di politico pragmatico e concreto, sia quando parla di Europa e Stati Uniti, sia quando indica la sua strategia per combattere la crisi economica e il terrorismo. David Cameron ha ringiovanito tantissimo i Tories, ma la politica estera è rimasta tale e quale degli ultimi vent’anni: isolazionisti e anti-europei, hanno lasciato il Ppe per unirsi negli scorsi mesi a un gruppo pieno di partiti di estrema destra cosa di cui Brown e Clegg lo hanno sbeffeggiato fino alla fine. Ma il paradosso è che su questi temi Cameron è sembrato più convinto dei suoi avversari. Potere dei media.
Nelle conclusioni finali Nick Clegg ha fatto l’Obama in versione english: “Ci sono persone che stanno diffondendo la paura per fermare il cambiamento. Invece sta succedendo qualcosa di eccezionale: la gente sta cominciando a crederci, sta cominciando a sperare che questa volta le cose possono andare diversamente. Non lasciate che qualcuno vi dica che le cose non possono cambiare. Possono“.
“It can”, giusto perché “Yes, we can” ha il copyright obamiano.

I sondaggi d’opinione seri non si sono ancora pronunciati, quindi non si sa se Cameron abbia ripreso a trainare i conservatori verso il 10 di Downing Street oppure se Brown regge al punto da conservare la corona di Primo Ministro. Clegg permettendo naturalmente.
Un’ultima considerazione è sul sistema elettorale inglese: in UK vige il bipolarismo assoluto, per cui un partito come i Lib-Dem che guadagnano mediamente il 20 per cento nei consensi, in Gran Bretagna beccano pochissimi seggi. Un esempio nostrano: hanno il doppio dei voti della Lega ma contano quanto il SudTirol VolksParteit. E questo la dice lunga sui pregi e i difetti del bipolarismo secco.

Il 29 ci sarà l’ultimo scontro televisivo sull’economia, e senza grosse novità il 6 maggio Cameron sarà il nuovo Primo Lord della Tesoreria e Primo Ministro del Regno Unito. Naturalmente saremo lieti di sbagliarci con Brown (molto) o con Clegg (poco).

Fonti:
Wikipedia
ilpost.it
francescocosta.net