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Il discorso di Berlusconi alla Camera in diretta

La crisi non è colpa del governo, certo. Ma l’hanno aggravata e ora lasciano il Paese disarmato. Per tre anni ci hanno detto che stavamo meglio degli altri. Adesso invece scopriamo che, da Wall Street alla Fiom, tutto il mondo si fa una domanda facile facile. Come faremo a pagare un debito così alto con una crescita e una produttività tanto basse? La prova che c’è qualcosa di più profondo del nostro buco di bilancio viene dall’assalto alle banche. Sono sane, sono state prudenti con i derivati, non hanno avuto bisogno del salvagente eppure finiscono sotto attacco. Perché? Perché le imprese sono in difficoltà e le nostre banche sono legate alle imprese, soprattutto a quelle piccole. Le aziende hanno poco lavoro, nessuna liquidità e stanno andando largamente in sofferenza. Si sente in giro una vera paura sul futuro.
E non lo diciamo per un interesse di bottega ma per un’analisi obiettiva della situazione. Di fronte a una novità di questo tipo i mercati capirebbero che ci stiamo occupando di dare una svolta.

Pier Luigi Bersani intervistato da Repubblica: «O si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuità con il passato. Dopo questo lunedì, Berlusconi dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del presidente Napolitano».

Ed oggi pomeriggio alle 17,30 Berlusconi sarà alla Camera per il suo discorso sulla crisi finanziaria italiana. La seguiremo in diretta qui mentre i commenti saranno su Twitter con l’hashtag #berlusconicamera e sul profilo del Pd Cordenons su Facebook.

Ci vediamo lì…

Una volta tanto si chiede al premier di pensare solo al Paese

Oggi pomeriggio dalle 17 il Presidente del Consiglio parlerà alle Camere. I mercati non si aspettano nulla da ciò che dirà Berlusconi, mentre il Pd si aspetta le dimissioni o un cambio di governo senza continuità con l’attuale esecutivo.

Il direttore del Corriere della Sera De Bortoli, nel suo editoriale di oggi, si schiera con l’unica linea ormai da seguire: le dimissioni o un serio cambio di rotta.

Come possono i mercati fare affidamento su provvedimenti subito smentiti da una parte della maggioranza che li ha votati? E perché mai devono aver fiducia in un esecutivo che concentra la propria azione sul processo lungo o sul trasloco di tre stanze ministeriali a Monza? Una maggioranza che non governa è un unicum costituzionale, ma oltre a fare male al Paese scava la fossa a se stessa.
Il minimo che ci si possa attendere oggi è l’indicazione di un percorso concreto. L’ascolto delle richieste delle parti sociali. L’assunzione di alcuni impegni precisi che non si potranno disattendere. E se ciò accadesse ancora, allora sarebbe opportuno che il premier ne traesse le doverose conclusioni dimettendosi. […]
I consigli e l’appoggio della Banca d’Italia sono indispensabili. Privatizzare e liberalizzare con decisione, ridurre drasticamente il costo della burocrazia e della politica. L’adozione di misure eccezionali, anche se dovesse comportare sacrifici per imprese e famiglie, sarebbe accettata a fronte di una ripresa degli investimenti e di prospettive meno incerte sul versante della crescita. Interventi più incisivi sul mercato del lavoro e sul sistema previdenziale potrebbero avere come contropartita maggiori opportunità di occupazione per i giovani, sostegni agli investimenti, certezze per le imprese. Una volta tanto si chiede al premier di pensare solo al Paese.

Tremonti invoca Berlinguer

Al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, ieri è toccato al ministro dell’economia Giulio Tremonti scaldare la platea cattolica di don Giussani. Tra discorsi sull’operato del governo (ottimo, naturalmente) e lo sviluppo che non si fa per decreto, tra la necessità di «sviluppare il rapporto tra capitale e lavoro» e le tre necessità principali – famiglia, lavoro e ricerca -, il superministro economico ha spostato l’ago della bilancia sulla decrescita economica persistente in Italia citando addirittura l’ultimo grande segretario del Pci Enrico Berlinguer:

«L’austerità sostenuta da Enrico Berlinguer è un riferimento etico e politico da non trascurare, pur non condividendo tante analisi e riconoscendo che la nostra politica è diversa da quella di allora».

La citazione di Tremonti proviene da un discorso fatto da Berlinguer durante il “Convegno degli intellettuali” di Roma nel gennaio 1977, in cui il segretario comunista parlava di austerità economica e moralità del paese in quegli anni, ma riconducibili – come forza regressiva, non come forza politica – alle vicende attuali di questi anni.

Oggi il Riformista pubblica l’intero discorso di Enrico Berlinguer che vi riproponiamo di seguito. Buona lettura.

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Dal PD un piano nazionale Anti-crisi


Bersani propone: “Aiutiamo le famiglie e facciamo ripartire il PIL”. E sulle tasse: “Siamo l’unico paese OCSE senza imposte sui grandi patrimoni. Il governo spieghi perché e tagli le tasse alle piccole e medie imprese”. Fassina: “Facciamo ripartire l’export”

Per uscire dalla recessione serve subito un Piano Nazionale Anti-crisi che incrementi la domanda interna e torni a far crescere il PIL. E’ la proposta del PD contro il calo del PIL più forte degli ulttmi 40 anni, la perdita di un terzo della produzione industriale ed i 700.000 disoccupati in più dall’inizio della crisi. Lo ha proposto per Luigi Bersani durante l’intervento di chiusura di Manifutura denunciando “l’atteggiamento di minimizzazione del Governo di fronte ai problemi reali del Paese. Serve un intervento immediato per sollecitare la ripresa economica ed aprire il cantiere per le riforme strutturali. Il Partito Democratico è pronto a fare la sua parte e portare avanti le proprie proposte innanzi ad una presa in carico di responsabilità collettiva, ma serve un piano nazionale Anti – crisi, che il Pd è disposto a discutere insieme al Governo nelle sedi parlamentari”.

Negli ultimi venti mesi nei quali si è registrato esclusivamente un segno negativo nell’economia, l’Italia si è trovata disarmata, impreparata, di fronte ai problemi contingenti e la fase di ripresa non è ancora arrivata, ma è possibile risalire la china, afferma Bersani, purché si riparta dalla chiarezza, e il governo si decida ad ammettere che esiste un problema.

Invece preferiscono non agire, neanche sul taglio delle tasse, annunciato a gennaioe già dimenticato, o su un riequilibrio delle stesse, dato che sono i più ricchi a pagarne di meno per via dell’evasione. Bersani non è d’accordo con la patrimoniale, ma evidenzia come “l’Italia sia l’unico paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni. Non chiedo una tassa partimoniale. Non sono d’accordo ma mi aspetto che qualcuno mi spieghi perchè siamo l’unico paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni. Bisogna che Tremonti ci spieghi perché”. In tema di fisco Bersani ha chiesto una semplificazione del sistema e un riordino della discussione: dal governo “arrivano sparate sempre diverse su come tagliamo l’Irap o tagliamo le aliquote e poi non succede niente. Bisogna fare un’operazione di semplificazione in particolare per le piccole e medie imprese, dato che il vero obiettivo è mettere un po’ di soldi in tasca alle imprese. Soluzioni ce ne sono 5 o 6: o rinviando la manovra sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali o lavorando sui pagamenti della pubblica amministrazione. Ma facciamolo ora, perché le imprese sono in una grave difficoltà di liquidità”

Il piano proposto da Bersani si articola in due linee d’azione. La prima con un impatto di breve periodo, vuole incrementare la domanda interna agendo sia sui consumi delle famiglie, sia sugli investimenti delle imprese, attraverso tre misure una tantum:
1) l’estensione del sostegno al reddito alle persone che hanno perso il posto di lavoro e sono privi di indennità di disoccupazione o hanno un’indennità in via di esaurimento. Si tratta ad oggi di oltre 250.000 lavoratrici e lavoratori sotto i 40 anni d’età, provenienti da rapporti di lavoro precari o con un assegno di cassa integrazione in via di esaurimento e senza alcuna prospettiva di occupazione a breve;
2) l’allentamento del Patto di Stabilità Interno per consentire la spesa in conto capitale ai Comuni;
3) il finanziamento dei consorzi fidi per alimentare i crediti alle micro e piccole imprese.
La seconda linea d’azione prevede interventi strutturali di medio periodo, per innalzare il Pil potenziale e la produttività di quei fattori economici che da 20 anni sono invece in graduale ma continua caduta attraverso:
1) un ventaglio di vere riforme strutturali -non tagli ciechi come quelli fatti dal Ministro Gelmini nella scuola o spot demagogici sulla disoccupazione giovanile del Ministro Brunetta- che partano dalla regolazione dei mercati, fino alle pubbliche amministrazioni, alla scuola, al welfare, al fisco;
2) interventi strategici di politica industriale;
3) investimenti per le infrastrutture sul territorio.
Misure da inserire in un “Piano Europeo per il lavoro”, da promuovere verso i partner comunitari, così che le proposte vadano incontro anche alle indicazioni del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che ha ben descritto il circolo vizioso nel quale siamo caduti: se non si interviene sul potere d’acquisto delle famiglie, l’occupazione non riprende e, quindi, non si materializzano le aspettative di crescita, pur modeste, per il 2010. I vincoli di finanza pubblica non solo non giustificano l’inazione, ma proprio nell’inazione della politica economica rischiano di saltare.
“Continuare a ridimensionare i problemi del Paese, ha il risultato di aggravarli ulteriormente – ammonisce Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd – per affrontare il drammatico crollo delle esportazioni, dovuto all’andamento delle domanda globale e non all’arretramento delle nostre imprese esportatrici, è necessario un doppio movimento, come proposto nel
piano nazionale anticrisi chiesto da Bersani. Da un lato, misure immediate a sostegno della domanda interna. Dall’altro, riforme strutturali per promuovere la produttività totale dei fattori e la competitività. Il governo non può stare a guardare sperando che passi la nottata..”