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Il sindaco Ongaro è senza dignità

Il sindaco Ongaro era ad un bivio politico: salvare dignitosamente la faccia, o salvare indegnamente la poltrona. Ha scelto di salvare la poltrona. Ha voluto rimanere incollato alla poltrona di sindaco perdendo quel poco di credibilità che gli era rimasta.

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Le tristi confessioni di Ongaro

Ora che Del Pup è passato all’opposizione, Ongaro si scusa con i cittadini confessando di essersi sbagliato a stringere un’alleanza elettorale con lui. Due anni per arrivare a questa banale constatazione? Eppure il sindaco Ongaro sapeva benissimo con chi aveva a che fare, visto che, al tempo del secondo mandato Del Pup, egli ricoprì il ruolo di assessore alla cultura e di vicesindaco. Che fosse un matrimonio solo di interesse e destinato a finire in breve tempo, noi del centrosinistra, lo avevamo detto subito. E non siamo dei veggenti.

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La maggioranza non c’è più!

Il governo non raggiunge la maggioranza a Montecitorio. L’Aula della Camera ha approvato il disegno di legge di rendiconto generale dello Stato per il 2010 e i voti a favore sono stati 308, ben sotto la soglia di 316. I non votanti sono stati 321.

Questo voto ha certificato su un atto dirimente per la governabilità del Paese, il governo non ha la maggioranza in quest’Aula” ha detto il leader del Pd Pierluigi Bersani. Dopo il voto sul rendiconto dello Stato, Piazza Affari continua la sua corsa. Il Ftse Mib avanza del 2,41%.

Il presidente del Consiglio, subito dopo il voto, si è messo a controllare il tabulato dei voti che gli è stato consegnato dalla sottosegretaria Laura Ravetto. Poi tutti i ministri si sono riuniti intorno al premier per controllare chi ha votato a favore e chi non ha votato per il Rendiconto finanziario dello Stato. Subito dopo il voto Berlusconi ha rivolto qualche parola al ministro dell’Interno Roberto Maroni poi è stata convocata presso la Sala del Governo
una riunione straordinaria a cui partecipano il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ed i ministri Umberto Bossi, Giulio Tremonti e Roberto Maroni. “Decidiamo subito cosa fare” avrebbe detto il premier ai suoi.

Prima del voto l’affondo di Bossi: “Il premier lo faccia Alfano”.

Il discorso di Berlusconi alla Camera in diretta

La crisi non è colpa del governo, certo. Ma l’hanno aggravata e ora lasciano il Paese disarmato. Per tre anni ci hanno detto che stavamo meglio degli altri. Adesso invece scopriamo che, da Wall Street alla Fiom, tutto il mondo si fa una domanda facile facile. Come faremo a pagare un debito così alto con una crescita e una produttività tanto basse? La prova che c’è qualcosa di più profondo del nostro buco di bilancio viene dall’assalto alle banche. Sono sane, sono state prudenti con i derivati, non hanno avuto bisogno del salvagente eppure finiscono sotto attacco. Perché? Perché le imprese sono in difficoltà e le nostre banche sono legate alle imprese, soprattutto a quelle piccole. Le aziende hanno poco lavoro, nessuna liquidità e stanno andando largamente in sofferenza. Si sente in giro una vera paura sul futuro.
E non lo diciamo per un interesse di bottega ma per un’analisi obiettiva della situazione. Di fronte a una novità di questo tipo i mercati capirebbero che ci stiamo occupando di dare una svolta.

Pier Luigi Bersani intervistato da Repubblica: «O si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuità con il passato. Dopo questo lunedì, Berlusconi dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del presidente Napolitano».

Ed oggi pomeriggio alle 17,30 Berlusconi sarà alla Camera per il suo discorso sulla crisi finanziaria italiana. La seguiremo in diretta qui mentre i commenti saranno su Twitter con l’hashtag #berlusconicamera e sul profilo del Pd Cordenons su Facebook.

Ci vediamo lì…

Non siamo tutti uguali

Il ministro della Difesa tedesco Guttenberg ha rassegnato le dimissioni perchè aveva copiato da altri diversi brani della sua tesi di Giurisprudenza.

Il ministro dell’Innovazione italiano, quando L’Espresso ha scoperto che aveva copiato diversi brani e tabelle da un altro libro, ha fatto spallucce, non ha risposto ed è rimasto incollatissimo alla sua poltrona.

Beppe Severgnini scrive su Italians:

Il ministro tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, accusato d’aver copiato parte della tesi di dottorato, s’è dimesso. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto in Italia.

Il ministro Carlo T. Gutti – nome di fantasia – viene accusato d’aver copiato la tesi di laurea. Per giorni evita ogni uscita pubblica, rinunciando anche a due inaugurazioni, un’escursione familiare con l’auto blu e un invito a “Ballarò”. Raggiunto finalmente dai cronisti, nega tutto: “Chiunque s’azzardi a dire che ho copiato la tesi se la vedrà con me in tribunale!”. I compagni di partito confidano ai giornalisti: “Gutti? Ma sarebbe stato bocciato anche al Cepu! Un dottorato? Impossibile.” Il titolo di studio è però visibile dietro la scrivania ministeriale, tra le foto con cardinali, capi di Stato e Francesco Totti. L’on. Gutti deve spiegare: ha preso la laurea? L’ha copiata? L’ha comprata?

Preoccupato, lancia la controffensiva. I media governativi sostengono che “le accuse sono risibili”. Una trasmissione TV dimostra, con un plastico, che il ministro Gutti, se avesse copiato la tesi, sarebbe giustificato: la facoltà dove ha studiato è labirintica, e il relatore è noto per non farsi trovare dagli studenti. L’opposizione, uscendo dal consueto stato catatonico, grida il proprio sdegno: «La vicenda Gutti rappresenta un chiodo nella bara della democrazia!», dice un portavoce. Gli ascoltatori fanno gli scongiuri e il portavoce non verrà più invitato.

Il premier, tuttavia, è preoccupato. Ha sul tavolo una lettera firmata da circa 23 accademici (tutti prossimi alla pensione), dottorandi e semplici cittadini: nella missiva si critica la gestione dell’affaire Gutti, “che rischia di trasformare la laurea in una parodia”. Un consigliere commenta, rispettoso, che la laurea in Italia è già una parodia. Ma il capo non è convinto. “Alle mamme quel pezzo di carta interessa, dicono i sondaggi. Meglio convocare i direttori dei Tg e vedere cosa ne pensano”.

Viene decisa una strategia. Tre ministre spiegheranno in Tv che si tratta di ‘gogna mediatica’, di un ‘golpe accademico’ e ‘di un brutto giorno per l’università italiana in quanto si vogliono dividere buoni e cattivi, seri e poco seri’. Il ministro in persona apparirà in lacrime al Tg4 stringendo al petto la tesi di laurea: “E’ mia! E’ mia!”.

Neppure questo produce i frutti sperati. Si tenta allora di minimizzare: “Così fan tutti”, è la nuova parola d’ordine. Gutti concorda un’intervista: ammette d’aver copiato, ma si scaglia contro i “giustizialisti in toga”. I commentatori liberali applaudono: tra i diritti dell’individuo c’è quello di copiare la tesi di laurea, sostengono (citando un’operetta giovanile di Hume dal titolo “Xerox if you can”). A Milano viene organizzata in fretta e furia una nuova manifestazione (“In mutande ma plagi”). Viene scelto il teatro degli Arcimboldi. Il Dal Verme infatti non basta a contenere tutti gli italiani che hanno scopiazzato la tesi di laurea. E oggi, finalmente, si sentono assolti.

E anche per oggi il governo regge…

Oggi, dalle 14.30 in poi circa (trasmesso in diretta da RaiTre e, forse, RaiNews), ci sarà alla Camera il dibattimento con cui il Partito Democratico e l’Idv chiedono a Giacomo Caliendo le dimissioni da sottosegretario alla giustizia.

Probabilmente non succederà nulla, quindi Caliendo rimarrà sottosegretario, ma è giusto ricordare come si svolgeranno i lavori parlamentari di questo pomeriggio.

Numeri.
I deputati sono 630, l’asticella della maggioranza è fissata a quota 316. PdL e Lega hanno annunciato voto contrario alla mozione: sono 296 voti. Insieme a loro voteranno contro i quattro finiani membri del governo – Ronchi, Urso, Menia e Buonfiglio – come confermato ieri dallo stesso presidente della Camera. Si arriva quindi a 300. Chi voterà certamente in modo favorevole sono i deputati di PD e IdV, che insieme raggiungono quota 235. I membri dell’UdC, dell’ApI, del MpA e di Futuro e libertà hanno deciso ieri di astenersi: in tutto sono 76. Rimangono fuori alcuni membri del gruppo misto, ma l’orientamento dell’aula è comunque chiaro, visto che gli astenuti fanno abbassare l’asticella e i no saranno più dei sì. Caliendo resterà al suo posto.

Se l’esito è già scritto, cosa resta da guardare?
L’esito del voto è scontato ma il dibattito parlamentare che lo precederà ha qualche ragione di interesse. Sarà interessante ascoltare le motivazioni offerte dai vari capigruppo davanti al primo voto del nuovo scenario politico apertosi con la fuoriuscita dei finiani dal PdL. Sarà interessante ascoltare la loro dichiarazione di voto e quella dei vari gruppi centristi che insieme a loro si asterranno: se da una parte c’è chi da giorni si sfrega le mani parlando di “terzo polo”, dall’altra secondo Repubblica ieri Fini avrebbe detto ai suoi che “Nessuno è autorizzato, perché non è la mia idea né il mio progetto, a parlare della riunione come si trattasse di prove del terzo polo”.

Il Governo dunque regge.
Per ora sì. Dentro il PdL alcuni più esagitati di altri continuano a dire che Berlusconi deve comunque chiudere qui la storia di questo governo, che l’astensione dei finiani è gesto sufficiente a giustificarla. Ieri Mario Landolfi ha detto che “un minuto” dopo il voto sulla mozione Berlusconi dovrebbe salire al Quirinale e rendere conto a Napolitano della fine della maggioranza. Solo che non troverebbe nessuno, perché ieri Napolitano ha fatto due telefonate – una a Berlusconi, una a Fini – si è fatto raccontare come stanno le cose e poi ha deciso di andare a Stromboli in vacanza. Qualcosa vorrà dire.

Seduta n. 365 di Mercoledì 4 agosto 2010

MOZIONE CONCERNENTE INIZIATIVE VOLTE ALLA PRESENTAZIONE DELLE DIMISSIONI DA PARTE DEL SOTTOSEGRETARIO DI STATO GIACOMO CALIENDO

La Camera,
premesso che:
emerge dalle notizie di stampa di questi giorni una vicenda che riguarda l’esistenza di un gruppo di persone, tra le quali alcuni pregiudicati, che in modo sistematico sembra che costruiscano o cerchino di costruire relazioni e contatti allo scopo dichiarato di orientare decisioni di organi costituzionali e politici;
questo gruppo trova udienza in esponenti del Governo, tra i quali il Sottosegretario alla giustizia, senatore Giacomo Caliendo;
il Sottosegretario Caliendo ha confermato in questi giorni la sua presenza a convivi con tale gruppo di persone, ma ha negato che, in sua presenza, si sia parlato di come condizionare organi dello Stato;
al di là della responsabilità penale, non può non essere politicamente censurabile la partecipazione del Sottosegretario Caliendo, che al momento non risulta indagato, a riunioni, in compagnia del capo degli ispettori ministeriali dottor Miller, con un bancarottiere pregiudicato sospettato di essere implicato in alcune delle vicende più torbide del dopoguerra,

impegna il Governo

ad invitare il Sottosegretario Giacomo Caliendo a rassegnare le dimissioni da Sottosegretario di Stato alla giustizia.
(1-00416) «Franceschini, Donadi, Amici».

Lealtà e correttezza super partes

Con la nascita di Futuro e Libertà per l’Italia, il gruppo parlamentare nato dopo la scissione dei finiani dalla maggioranza del Pdl, si è venuto a creare un paradosso politico del tutto nuovo, o, almeno, non significativamente presente nella politica repubblicana italiana.

Alcuni esponenti del Pdl come Lupi e Bondi, hanno suggerito al Presidente della Camera Gianfranco Fini di comportarsi come Sandro Pertini 40 anni fa, e offrire le proprie dimissioni da quel ruolo di garante istituzionale che ricopre da due anni, ovvero dal giorno che Berlusconi formò il Governo e lo suggerì al Presidente Napolitano come Presidente della Camera.

Fini ha già fatto sapere che non si dimetterà perché la sua carica non dipende dal partito del Presidente del Consiglio, e, anche se il gruppo nato da poco è “incompatibile con i principi ispiratori del Popolo della Libertà“, il Presidente della Camera ritiene il suo ruolo perfettamente sincrono con il volere degli elettori e della stessa Costituzione a cui fa riferimento.

Contrari alle dimissioni di Gianfranco Fini sono naturalmente le opposizioni – col Partito Democratico in testa – perché, giustamente, la Presidenza della Camera è super partes rispetto agli stessi partiti di governo e opposizione.

In un’intervista di oggi a Repubblica, il Senatore Luciano Violante ha confermato le nostre dichiarazioni di massima:

«I ruoli super partes non possono decadere per una scelta della maggioranza parlamentare, non sono nelle mani di chi ha vinto le elezioni».

Alla domanda se crede sia giusto prendere esempio dal gesto che Pertini fece nel 1969 proponendo le sue dimissioni da Presidente della Camera, Violante risponde:

«Quelle dimissioni avevano alle spalle un processo di scomposizione consensuale dei socialisti. Qui invece la maggioranza di un partito ha messo alla porta la minoranza, questo è il succo.»

In molti si saranno chiesti cosa successe nel luglio di 41 anni fa, e cosa portò il futuro Presidente della Repubblica a presentare le proprie dimissioni dalla carica che oggi detiene Fini.

Successe semplicemente che l’allora Onorevole Pertini venne eletto Presidente della Camera con il sostegno del Partito Socialista Unificato (PSU), raccogliendo molti dei 364 voti che gli servirono a farsi eleggere dal suo gruppo politico di appartenenza: il PSU era il partito che raccoglieva, dal 1966, i partiti di aria socialista PSI e PSDI. Durante il 1969 però si vennero a creare degli eventi tali – gli scarsi risultati elettorali e le normali divisioni interne – che il 5 luglio riportarono i socialisti e i socialdemocratici verso strade autonome. Alcuni giorni dopo Pertini fece un discorso alla Camera che vi proponiamo nel segmento più importante:

«Onorevoli colleghi, la situazione di un anno fa, quando voi mi faceste l’onore di eleggermi vostro Presidente, è oggi mutata. Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi».

La Camera apprezzo il gesto di lealtà e correttezza che fece Pertini, ma con la stessa lealtà e correttezza rifiutò le dimissioni e Pertini continuò ad essere il Presidente della Camera. Non solo: Giulio Andreotti ricordò ai presenti che la spaccatura all’interno dei socialisti non alterava «minimamente i rapporti tra la Camera e la persona del suo presidente».

Quindi la presunta correttezza dei deputati Bondi e Lupi, è stata correttamente messa alla porta dal senatore Violante sulle pagine di Repubblica.

(Giacomo Lagona)

Cosentino si dimette

Il Pd e l’Idv hanno presentato un’interrogazione urgente per il question time di oggi, dove all’ordine del giorno c’era la mozione di sfiducia al sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Dato che i capogruppo non si accordavano sulla data per calendarizzare la sessione, la decisione – come da regolamento – è stata presa dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Forse per ripicca nei confronti dei colleghi del Pdl, forse perché la situazione è talmente spinosa da ricorrere prima possibile al dibattito in aula, il Presidente della Camera ha deciso di inserire la proposta dell’opposizione per la giornata di mercoledì prossimo 21 luglio, mentre per il sottosegretario Caliendo è stato deciso per settembre.

In realtà la sfiducia diretta è prevista solo per i ministri e non per i sottosegretari, mentre il testo che andrà a Montecitorio mercoledì prossimo inviterà Cosentino a dare le dimissioni e il governo a ritirargli le deleghe. Stesso discorso per il sottosegretario Calinedo quando verrà il suo turno. Stasera, spiazzando tutti per il perfetto tempismo, dopo una riunione con Berlusconi e Verdini, il vice ministro Cosentino ha rassegnato le dimissioni:

“Ho deciso di concerto con il Presidente Berlusconi di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania, anche al fine di contrastare tutte quelle manovre interne ed esterne poste in essere per fermare il cambiamento”

L’ormai ex sottosegretario continua nella sua nota prendendosela con gli amici di partito – Fini e Bocchino – che in questi giorni lo hanno incitato a dimettersi con la scusa di moralizzare il Pdl:

“Ben si comprende ove si conoscano le dinamiche politiche in Campania e coloro che sono i più stretti collaboratori dell’onorvole Fini, quale l’onorevole Bocchino che da anni, senza successo, tenta di incidere sul territorio non già per interessi del partito bensì per mere ragioni di potere personale e che alla prova elettorale è sempre stato sconfitto. E’ risibile che l’onorevole Fini voglia far passare le sue decisioni come se derivassero da una sorta di tensione morale verso la legalità quando si tratta soltanto di un tentativo, anche assai scoperto, di ottenere il potere nel partito tramite Bocchino.”

Rispondendo alle accuse mosse dai Pm, Cosentino si dice totalmente estraneo alle attività illecite di cui è accusato, e anzi conferma che il suo appoggio al governatore Caldoro è stato più che straordinario:

“Sono assolutamente sereno che la mia totale estraneità non potrà che essere più che comprovata da qualsivoglia indagine. Parimenti proprio per questa intima tranquillità non posso e non voglio esporre il Governo di cui mi onoro di far parte e al cui successo ho contribuito di rimanere colpito mediaticamente per tali inconsistenti vicende. Non solo non vi è stata da parte mia alcuna attività di dossieraggio ma mi sono premurato nell’interesse del partito quale coordinatore regionale di espletare tutte le opportune verifiche di notizie che, dopo il caso Marrazzo, potevano apparire problematiche. E sono stato proprio io ad appoggiare con il massimo dell’impegno come coordinatore regionale la candidatura di Stefano Caldoro garantendogli un risultato straordinario.”

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi condivide le dimissioni di Cosentino, ma si dice convinto dell’innocenza del parlamentare campano rinnovandogli la fiducia a coordinatore regionale in Campania:

“Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da Sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate. Sono quindi certo che la sua condotta durante la campagna elettorale per la Regione Campania è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro. Ritengo quindi che l’onorevole Cosentino potrà proficuamente continuare a svolgere il suo importante ruolo politico nell’ambito del nostro Movimento per consentirci di conseguire ancora quegli eccellenti risultati di cui è stato artefice come Coordinatore Regionale.”

(Ma Berlusconi come ha fatto ad approfondire personalmente l’estraneità di Cosentino, se i Pm dicono tutto il contrario? La solita magistratura comunista probabilmente…)

(Giacomo Lagona)

Brancher dimettiti!

Cari amici,

il governo è senza pudore: il neo ministro Aldo Brancher intende avvalersi del legittimo impedimento, ma per il PD dovrebbe solo dimettersi. Lo chiede Enrico Letta a nome dei democratici dopo che in una nota il Quirinale ha affermato che il neoministro per l’Attuazione del federalismo non può ricorrere al legittimo impedimento per evitare di presentarsi in tribunale.

Aldo Brancher deve dimettersi. Lo chiede Enrico Letta a nome del PD dopo che in una nota il Quirinale afferma che il neoministro per l’Attuazione del federalismo non può ricorrere al legittimo impedimento per evitare di presentarsi in tribunale: “Le parole del Quirinale sono un macigno. Solo le dimissioni del ministro Brancher possono sanare questo scandalo. Le chiediamo per il bene del Paese e per il rispetto delle istituzioni” dichiara immediatamente il vice segretario del Pd. Da pochi minuti le agenzie stanno battendo la nota del Quirinale: “In rapporto a quanto si è letto su qualche quotidiano questa mattina a proposito del ricorso dell’onorevole Aldo Brancher alla facoltà prevista per i ministri dalla legge sul legittimo impedimento si rileva che non c’è nessun nuovo ministero da organizzare in quanto l’onorevole Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio”. Il Colle fa riferimento alle notizie apparse questa mattina sui quotidiani che riferiscono della comunicazione dello stesso Brancher al tribunale di Milano, dove è in corso il processo Antonveneta e per il quale il ministro ha deciso di avvalersi della legge sul legittimo impedimento, così da evitare il processo a differenza della moglie, imputata ma non ancora assurta a titolare di un dicastero. Mentre lui si è valso il titolo di ministro al legittimo impedimento, come rimarcava in mattinata Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.
Ora dimissioni, altrimenti il PD è pronto a presentare la mozione di sfiducia, come annuncia Dario Franceschini, capogruppo PD alla Camera: “Adotteremo tutte le iniziative parlamentari conseguenti d’intesa con gli altri gruppi di opposizione, compresa una possibile mozione di sfiducia comune. Intanto – sottolinea – è necessario che Berlusconi venga immediatamente in aula a spiegare le ragioni della nomina: ho scritto dunque al presidente Fini perché solleciti Berlusconi ad essere personalmente in aula mercoledì al question time che presenterò a nome del gruppo del Pd”.

E dopo le dimissioni affronti il processo Antonveneta che lo vede imputato in tribunale come rimarca Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico: “Sul legittimo impedimento per il neoministro Brancher il presidente della Repubblica pronuncia parole ineccepibili e giuste. Alle nostre obiezioni sull’inutilità, in tempi di crisi, di un nuovo ministro ci era stato risposto che si trattava di una nomina low cost, e invece il neoministro del nulla dice che non può presentarsi dai magistrati perché deve organizzare il proprio dicastero. Motivazioni risibili, contraddittorie e inaccettabili. Non si può tollerare l’uso personale delle istituzioni, lo stravolgimento della legalità e la beffa alla Costituzione. Non c’è altro da aggiungere, il ministro si dimetta e si presenti in tribunale”.
Da Napolitano è arrivata una sconfessione sonora come rimarca il responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando: “La nota del Quirinale conferma che ancora una volta il Capo dello Stato costituisce un punto di riferimento fondamentale per la corretta attuazione della Costituzione. Per questo merita un plauso e un sostegno pieno. Il neo ministro ne tragga le dovute conseguenze e lasci il bunker di un incarico vuoto e inutile. Le istituzioni non sono a disposizione dei singoli, ma sono strumenti per servire il Paese”.

Un ministero inutile a occuparsi dell’attuazione del federalismo che ha fatto litigare PDL e Lega, con un nominato che si accavalla alle competenze al centro del ministero per le Riforme di Umberto Bossi, dei Rapporti con le Regioni di Raffele Fitto dell’Attuazione del programma di Gianfranco Rotondi, di quello per la Semplificazione di Calderoli. Un vero ufficio complicazione cose semplici in mano all’uomo da sempre considerato il pontiere di Berlusconi con i leghisti.
Invece le parole che giungono dal Quirinale “sono chiare, nette ed incontrovertibili – dichiara Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama – Brancher ne tragga le conseguenze, altrimenti in Parlamento non permetteremo che un uso così disinvolto delle istituzioni e delle loro prerogative continui ad oltraggiare la democrazia italiana”.
“Questa vicenda conferma una delle critiche di incostituzionalità fatta dal Pd alla legge sul legittimo impedimento”, osserva Stefano Ceccanti, della presidenza del gruppo Pd a Palazzo Madama. “Infatti, per invocarlo è sufficiente una sorta di autocertificazione che non può essere messa in discussione dai giudici anche quando le sue motivazioni sono palesemente false – osserva – come è evidenziato dalla nota del Quirinale”.
L’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, attacca: “Deve dimettersi. Le ragioni della sua inopinata nomina sono emerse immediatamente nella loro reale natura: Brancher è stato nominato ministro esclusivamente nel tentativo di usufruire del legittimo impedimento per sfuggire ad un processo. Il Quirinale ha reso evidente, con la sua nota, la pretestuosità delle motivazioni con le quali il neo ministro ha tentato di usare la sua carica per non rispondere ai magistrati” aggiunge Veltroni sottolineando che “il rapporto diretto tra la nomina e il tentativo di avvalersi immotivatamente del legittimo impedimento delegittima completamente il ministro Brancher”. “Le sue dimissioni mi sembrano -conclude Veltroni il minimo atto di responsabilità richiesta”.
Anche Nicola Latorre, vicepresidente del Gruppo Pd al Senato ai microfoni del Gr1 la pensa allo stesso modo: “Il ministro Brancher non ha alcuna ragione per servirsi del legittimo impedimento e per la verità non si comprendono neanche le ragioni per cui è stato nominato ministro, dunque a questo punto farebbe bene a dimettersi”. Latorre ha aggiunto che “il presidente Napolitano con il consueto equilibrio e la saggezza che lo contraddistinguono, ha interpretato nella maniera più giusta la legge e la Costituzione”.

Una vergogna senza precedenti.
Ma non l’unica. In Abruzzo se ne sta consumando un’altra.

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