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Il discorso di Mario Monti al Senato

Quello ha detto oggi il presidente del Consiglio Mario Monti chiedendo la fiducia al Senato
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Ma i numeri non bastano

316 sì, 301 no: Berlusconi ha di nuovo avuto la fiducia della Camera. Risultato abbastanza prevedibile dopo le dichiarazioni esplicite di Scajola che aveva annunciato il voto favorevole suo e di altri. Nonostante ciò, il sostegno al Governo è diminuito rispetto alle ultime occasioni per l’assenza di alcuni colleghi del centrodestra che hanno disertato, rendendo così evidente il loro malessere, la domanda di discontinuità.

La tattica parlamentare adottata dalle opposizioni in questo passaggio ha messo in luce due elementi: in primo luogo la possibilità, non scontata, di unire tutte le forze che oggi considerano il Governo Berlusconi un danno e una zavorra per il Paese. In secondo luogo la drammatica pochezza degli argomenti del Premier e dei parlamentari che ancora lo sostengono….L’aula a metà ha reso ancora più grande il vuoto di contenuti riformatori di Berlusconi e ha manifestato plasticamente che nella politica come nella società progressisti e moderati possono “fare delle cose insieme”. Con molta cautela, con i soliti distinguo (tra cui quello per nulla comprensibile della delegazione radicale), questo passaggio ci ha detto che è possibile e necessario, per battere il berlusconismo culturalmente prima ancora che elettoralmente, uno schieramento di forze politiche e sociali ampio e che il Pd è oggettivamente il baricentro di una simile alleanza. Serve uno sforzo per tessere relazioni politiche e sociali su cui fondare il progetto per l’Italia di domani. L’euforia di Berlusconi e i suoi per la fiducia di oggi non durerà a lungo e soprattutto non dà nessuna risposta ai problemi reali della società italiana. Presto molto presto saremo chiamati – in un modo o in un altro – ad assumere la responsabilità di indicare noi la via d’uscita.

La nota del mattino Venerdì 14 ottobre 2011

BERLUSCONI NON FINGE PIU’: PUNTA A RESISTERE FINO AL MOMENTO IN CUI POTRA’ ANDARE AL VOTO ALLA GUIDA DEL GOVERNO, CIOE’ FINO A NATALE. BOSSI E’ CON LUI. OGGI UNA STANCA CONTA.
Il presidente del Consiglio non finge più. La qualità del testo letto ieri alla Camera e sul quale chiedere la fiducia lo dimostra: “Privo di novità, ripetitivo, generico” ha scritto Stefano Folli su Il Sole 24 Ore in un articolo intitolato “Un discorso modesto per una fiducia svogliata”. Strategia e tattica del capo del governo sono ormai chiare: Berlusconi punta ad arrivare fino a Natale per avere il tempo di mettere al sicuro la prescrizione breve (che gli permette di evitare la condanna nel processo Mills attesa per novembre) e di andare al voto nella primavera del 2012 mantenendo la guida del governo. Anche l’obiettivo di fondo non ha nulla a che vedere con le prospettive dell’Italia: potendo nominare in base alla vecchia legge porcellum i parlamentari, Berlusconi potrebbe contare su falangi di fedeli anche se venisse sconfitto alle elezioni. In questo modo potrebbe difendere gli affari di famiglia e la sua persona e continuare a combattere (di lasciare il posto ad altri, anche del centrodestra, non se ne parla neppure). Naturalmente questi sono gli obiettivi di Berlusconi (e di Bossi, che gli stessi problemi di autodifesa in seno alla Lega). Ma non è detto che il capo del centrodestra riesca a raggiungerli. Oggi uno stanco voto di fiducia. E una cosa è certa: tutto questo tirare a campare non giova al paese. In mezzo a una delle crisi peggiori dal 1929, gli italiani rischiano di pagare per gli interessi e i desideri personali di Berlusconi e di Bossi un prezzo altissimo in termini di tenore di vita, assistenza, servizi e, soprattutto, prospettive per il futuro dei giovani.

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Il caso umano della politica

Probabilmente nella foga dell’approvazione della manovra, in pochi si sono accorti che l’art. 13 sui costi della politica è stato completamente modificato e stravolto.

Se ricordate era previsto che il taglio alle indennità dei parlamentari fosse permanente, con una riduzione netta dello stipendio. Nella pratica, invece, grazie alle modifiche blindate e approvate con la fiducia a Palazzo Madama, la riduzione riguarderà solo l’arco temporale 2011-2013, e sarà del 10% sui redditi superiori ai 90mila euro e del 20% sopra i 150mila euro. Inoltre per quanto riguarda le indennità di carica il taglio è stato abbassato al 20% per le quote superiori a 90 mila euro annui e al 40% a partire da 150 mila euro.

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Popolo e populismo

«Fin da ora ci impegniamo non solo a violare la legge con atti di disobbedienza civile. Quindi continueremo a fare il nostro mestiere. Racconteremo i fatti. E in base alla nostra capacità di selezionarli chiederemo di essere giudicati. Non dai tribunali costretti ad applicare le norme Bavaglio. Ma dai lettori.»

Questa citazione è di ieri, 11 giugno 2010, ed è stata scritta sul Fatto Quotidiano da Peter Gomez contro la legge sulle intercettazioni approvata al Senato col voto di fiducia.

«In una democrazia liberale chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, dagli eletti del popolo.»

Quest’altra, invece, è datata 29 gennaio 2003 e l’ha detta Silvio Berlusconi in una dichiarazione a reti unificate dopo che la Cassazione aveva deciso di lasciare i processi Imi-Sir e Sme a Milano.

Come vedete entrambi vogliono essere giudicati dal popolo e non dai tribunali, quindi, in apparenza, differenze tra Peter Gomez e Silvio Berlusconi non ce ne sono. Naturalmente ce ne sono e pure tante, ma non per il motivo che dice Gomez.

La prima parte della procedura di approvazione del ddl contro le intercettazioni è stata approvato al Senato con 164 voti a favore e 25 contrari. I parlamentari del Pd hanno invece abbandonato l’aula in segno di protesta: «Questa è la morte della libertà». A parer mio questa NON è la morte della libertà, NON è una legge bavaglio e NON blocca l’informazione. E’ decisamente una cattiva legge, una bruttissima legge che restringe di tantissimo il diritto di cronaca. Ma non è un bavaglio all’informazione. Chiariamo: vietare la pubblicazione delle intercettazioni è qualcosa di talmente ridicolo che sfiora il delirio. Ma questa legge non vieta di fare informazione, dà le regole. Sbagliate.

Ci sono due diverse questioni che si possono ribattere, ed ognuna ha concause completamente diverse tra loro. Io dico la mia.

La parte omicida del ddl è quella delle pesanti sanzioni agli editori e ai giornalisti che violano le procedure pubblicando gli atti processuali non consentiti. Su questo punto esistono due versioni combacianti: quella dei giornalisti e del loro diritto di cronaca sancito anche dalla Costituzione (non è esattamente così, ma la Carta lo rende plurimo), e quello degli editori i quali si vedranno piombare addosso multe salatissime – e anche denunce penali se recidivi –  in caso di inadempienza dei propri dipendenti. Il punto cruciale di tutto il dibattito sta qui, non sul blocco preventivo dei magistrati nel loro mestiere (anche) di intercettori, ma sulle multe ai giornali. Nessun editoriale si è soffermato nell’unico punto su cui dovremmo riflettere: sono i magistrati ad essere più penalizzati, non i giornali.

Gomez ha ragione a chiamare il popolo lettore per farsi difendere, ma se la sua sbrigativa descrizione del ragionevole dubbio si processa così, mi pare un tantino difficile associare il suo pensiero, e del Fatto, a quello del premier in altra circostanza. E poi, capiamoci, Peter Gomez parla per il sito del Fatto, non per il giornale, attenzione.

Qualche giorno fa, dicendo ad un amico le stesse cose che scrivo oggi, mi faceva presente che il sito e il giornale sono la stessa cosa. Sbagliato! Non ci sarebbe differenza se avessimo giornali ed editori affidabili politicamente. Non voglio generalizzare, ma vi faccio un esempio che secondo me è lungimirante. Il ddl passa anche alla Camera – si parla di fine giugno o al massimo al rientro delle vacanze – e quindi diventa legge: da quel momento in poi nessun giornale può più pubblicare atti processuali alla data dell’entrata in vigore della legge – che non è retroattiva. Significa che gli atti con data antecedente possono ancora essere pubblicati senza divieti. Quindi tutti i processi alla data odierna continueranno ad essere legiferati secondo la vecchia legge, mentre i processi che partono dalla data del ddl dovranno sottostare alle restrizioni. Bene, dunque, che succederà?
Succederà che fino a quando i processi più vecchi andranno avanti, tutti i giornali ci si butteranno sopra a pesce, mentre dei nuovi processi si potranno solamente pubblicare i dettagli riassuntivi. La domanda mi viene naturale: i giornali attueranno la politica della persuasione obbedendo alla legge, oppure, come dice Gomez, protesteranno con la disobbedienza civile?

Dopo averci pensato un bel po’ sono arrivato alla conclusione che il web diventerà fondamentale.

Vedremo spuntare un’immensità di nuovi siti web i cui intestatari saranno stranieri e la sede legale del giornale – perché è di questo che sto parlando – è all’estero. Indovinate chi saranno i veri proprietari?
Dato che la legge non vieta la diffusione di intercettazioni se pubblicate all’estero, molti giornali italiani utilizzeranno la tecnica del sito estero per ripubblicare in Italia le intercettazione in barba alla “legge-bavaglio” appena approvata.

Pensateci: i magistrati fanno ore e ore di sciopero e la stampa se li fila solo se l’articolo parla del bavaglio all’informazione; nessun giornale ha pubblicizzato la possibilità di riprendere un’intercettazione se quest’ultima è stata prima pubblicata all’estero; nessun giornale sostiene che nel paese manca una vera libertà d’informazione, ma tutti solidali nel dire che manca la pluralità dell’informazione.

Flavia Perina è la direttrice del Secolo e l’altro giorno, spiegando ai suoi lettori ed elettori perché è stata approvato il ddl, ha così scritto:

Provo a ricordare che qualcosa lo abbiamo cambiato: dai “gravi indizi di colpevolezza” si è passati ai semplici “indizi di reato”; dal divieto assoluto di pubblicazione di atti si è arrivati al diritto, sempre e comunque, alla cronaca per riassunto degli atti; dalla retroattività alla non-retroattività della legge; dai 75 giorni e basta ai 75 giorni prorogabili. Potevamo far meglio? Forse. Abbiamo dovuto inghiottire il rospo? Certo, era nel conto come sempre quando si fa politica anzichè populismo. La terza opzione era non far nulla e limitarci a far parlare gli intellettuali sui nostri siti, evitando di esporci in Parlamento. L’abbiamo scartata.

La legge, a parte le sanzioni agli editori, è completamente diversa da quella approvata alla Commissione Giustizia della Camera in cui si parlava per la prima vera volta – quella sì – di legge-bavaglio. Lo ribadisco, questa è una pessima legge, ma è migliore delle nostre più attese previsioni della vigilia.

Parliamone, ovunque, perché è importante: a sinistra i pensatori capaci e intelligenti esistono, che vengano fuori perché è questo il momento giusto.

(Giacomo Lagona)

Il Governo dei record

Legittimo impedimento, via libera del Senato "Stop" alle udienze per premier e ministri

Sì del Senato alla fiducia posta dal governo sull’articolo 1 del disegno di legge sul legittimo impedimento: l’Aula di Palazzo Madama ha votato con 168 sì, 132 no e 3 astenuti. L’articolo 1 stabilisce, tra l’altro, che per il presidente del Consiglio e per i ministri costituisce legittimo impedimento a comparire nelle udienze dei procedimenti penali, come imputati, il concomitante esercizio di una o più attività di governo. Il corso della prescrizione, comunque, rimane sospeso per l’intera durata del rinvio.

Il legittimo impedimento, prevede ancora l’articolo 1 del ddl, si applica anche ai processi penali in corso alla data di entrata in vigore della legge. Esito-fotocopia per l’articolo 2: il Senato ha concesso la fiducia con 168 voti a favore, 132 contrari e 3 astenuti. Ottenuta la seconda fiducia, sono iniziate le dichiarazioni di voto. Durante le quali i senatori del Pd hanno inscenato una protesta: mentre parlava, a nome del gruppo, il senatore Nicola Latorre, gli altri hanno sventolato una copia della Costituzione. Boato dai banchi della maggioranza.

Con la doppia fiducia del Senato sul ddl che introduce il legittimo impedimento, il governo Berlusconi passa in pochi giorni a quota 31 fiducie (l’ultima, la numero 29, risale a pochi giorni fa, il 4 marzo, posta sul decreto Enti locali alla Camera). Con oggi, il Berlusconi IV nel suo anno e dieci mesi di vita “stacca” il Berlusconi II che nella XIV legislatura in quasi quattro anni (per la precisione 3 anni e dieci mesi) aveva fatto ricorso alla questione di fiducia 29 volte.

Chissà quale altro record ci riserverà per il futuro questo governo…