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Qualcosa alla Fini

Sono troppo occupato a fare altro per raccapezzarmi immediatamente sul discorso di Fini a Mirabello e trarne le mie debite conclusioni. Detto questo, da quel che vedo in tv e leggo sui primi giornali online del discorso ai suoi del Presidente della Camera, direi che il sunto perfetto lo abbiano già fatto due che conosco con cui non posso che essere d’accordo.

La politica italiana ha tante cose strane e assurde – la prima si chiama Silvio Berlusconi – e una di queste è che uno può fare un discorso di destra-destra dura e pura, da manuale della dottrina di destra, tutto legalità, governo degli onesti, patria, nazione, ordine, magistratura, polizia, onore, valori, quoziente familiare, eccetera… e a quelli di sinistra vengono le crisi di coscienza, e pensano che quelle siano cose di sinistra.

Il programma di Fini è praticamente quello del Pds di D’alema più dio patria famiglia.

Lealtà e correttezza super partes

Con la nascita di Futuro e Libertà per l’Italia, il gruppo parlamentare nato dopo la scissione dei finiani dalla maggioranza del Pdl, si è venuto a creare un paradosso politico del tutto nuovo, o, almeno, non significativamente presente nella politica repubblicana italiana.

Alcuni esponenti del Pdl come Lupi e Bondi, hanno suggerito al Presidente della Camera Gianfranco Fini di comportarsi come Sandro Pertini 40 anni fa, e offrire le proprie dimissioni da quel ruolo di garante istituzionale che ricopre da due anni, ovvero dal giorno che Berlusconi formò il Governo e lo suggerì al Presidente Napolitano come Presidente della Camera.

Fini ha già fatto sapere che non si dimetterà perché la sua carica non dipende dal partito del Presidente del Consiglio, e, anche se il gruppo nato da poco è “incompatibile con i principi ispiratori del Popolo della Libertà“, il Presidente della Camera ritiene il suo ruolo perfettamente sincrono con il volere degli elettori e della stessa Costituzione a cui fa riferimento.

Contrari alle dimissioni di Gianfranco Fini sono naturalmente le opposizioni – col Partito Democratico in testa – perché, giustamente, la Presidenza della Camera è super partes rispetto agli stessi partiti di governo e opposizione.

In un’intervista di oggi a Repubblica, il Senatore Luciano Violante ha confermato le nostre dichiarazioni di massima:

«I ruoli super partes non possono decadere per una scelta della maggioranza parlamentare, non sono nelle mani di chi ha vinto le elezioni».

Alla domanda se crede sia giusto prendere esempio dal gesto che Pertini fece nel 1969 proponendo le sue dimissioni da Presidente della Camera, Violante risponde:

«Quelle dimissioni avevano alle spalle un processo di scomposizione consensuale dei socialisti. Qui invece la maggioranza di un partito ha messo alla porta la minoranza, questo è il succo.»

In molti si saranno chiesti cosa successe nel luglio di 41 anni fa, e cosa portò il futuro Presidente della Repubblica a presentare le proprie dimissioni dalla carica che oggi detiene Fini.

Successe semplicemente che l’allora Onorevole Pertini venne eletto Presidente della Camera con il sostegno del Partito Socialista Unificato (PSU), raccogliendo molti dei 364 voti che gli servirono a farsi eleggere dal suo gruppo politico di appartenenza: il PSU era il partito che raccoglieva, dal 1966, i partiti di aria socialista PSI e PSDI. Durante il 1969 però si vennero a creare degli eventi tali – gli scarsi risultati elettorali e le normali divisioni interne – che il 5 luglio riportarono i socialisti e i socialdemocratici verso strade autonome. Alcuni giorni dopo Pertini fece un discorso alla Camera che vi proponiamo nel segmento più importante:

«Onorevoli colleghi, la situazione di un anno fa, quando voi mi faceste l’onore di eleggermi vostro Presidente, è oggi mutata. Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi».

La Camera apprezzo il gesto di lealtà e correttezza che fece Pertini, ma con la stessa lealtà e correttezza rifiutò le dimissioni e Pertini continuò ad essere il Presidente della Camera. Non solo: Giulio Andreotti ricordò ai presenti che la spaccatura all’interno dei socialisti non alterava «minimamente i rapporti tra la Camera e la persona del suo presidente».

Quindi la presunta correttezza dei deputati Bondi e Lupi, è stata correttamente messa alla porta dal senatore Violante sulle pagine di Repubblica.

(Giacomo Lagona)

Berlusconi venga in Parlamento, la crisi di governo c’è

Care democratiche, cari democratici

vi scrivo perché ieri mattina ho chiesto formalmente al Presidente del Consiglio Berlusconi di venire in Parlamento ad affrontare la crisi di governo in corso.
L’ho fatto all’avvio dei lavori della Camera a nome di tutto il PD, dopo un’assemblea con i gruppi democratici alla Camera e al Senato.

Siamo convinti che adesso bisogna restituire alle Camere il loro ruolo di casa del confronto democratico. La scissione nel PDL e la richiesta di dimissioni dalla presidenza della Camera di Gianfranco Fini sono fatti di assoluto rilievo politico che non possono essere aggirati.

C’è un dissidio insanabile che il Paese ha visto via via motivarsi attorno alle grandi questioni sociali che sono quelli su cui l’opposizione dal primo momento ha indicato il limite di questo Governo. Aspettiamo Berlusconi in Aula, perché agosto o non agosto non si pensi che si possa finire a tarallucci e vino.

Prima di tutto dobbiamo ristabilire il principio base della democrazia: un cittadino deve potersi scegliere il proprio parlamentare. Poi ognuno faccia la sua proposta per un Paese che ha bisogno di futuro.

Di seguito il mio intervento integrale alla Camera dei deputati.

Signor Presidente, in queste ore, accadono fatti di assoluto rilievo politico ed istituzionale che meritano di essere valutati subito, all’apertura dei lavori di questa Camera. I fatti sono evidenti e non possono essere in alcun modo aggirati o elusi.

Il Capo del Governo certifica, in modo solenne, la frattura incomponibile nel maggior partito della maggioranza. Un dissidio insanabile che il Paese ha visto, via via, motivarsi attorno a dei temi, come la legalità, la democrazia e le grandi questioni sociali, con riferimento ai quali l’opposizione, dal primo momento, ha indicato la criticità ed il limite di questo Governo. Inoltre, il Presidente del Consiglio ha, di fatto, sfiduciato il Presidente della Camera, arrogandosi di un potere che non ha, che non è suo, perché il Presidente della Camera è di tutti, anche di quelli che non lo hanno votato.
Davanti a fatti come questi, credo che il Parlamento debba tornare ad essere la casa della discussione democratica: il Presidente del Consiglio facesse la cortesia di venire in Parlamento a spiegarci e a consentirci di discutere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Mi rivolgo ai colleghi delle varie articolazioni della maggioranza, che questa mattina non sono molto mattinieri: per cortesia, non ci si venga, adesso, a propinare lo stanco rito retorico per cui è successo, ma non è successo niente; che, sì, ci stiamo massacrando, ma andremo d’accordo; che il motore si è rotto, ma la macchina va. No, il Paese non ha questi tempi, il Paese ha delle altre esigenze.
È ora di capire – ho detto così due giorni fa – che siamo oltre le colonne d’Ercole di una fase e che bisogna assumersi delle responsabilità. Ho detto anche che la prima questione è di ristabilire il principio basico di una democrazia, per cui un cittadino deve potersi scegliere il proprio parlamentare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E da lì in poi, ognuno faccia la sua proposta per il futuro di questo Paese; un Paese che ha bisogno di futuro e – lo ripeto – di una proposta per il futuro.
Ma di questo avremo tempo per discutere. Adesso, il problema è: non si pensi che ad agosto si possa andare «a tarallucci e vino» su una faccenda di questo genere. Il Presidente del Consiglio venga urgentemente in Parlamento.

Pier Luigi Bersani
Segretario Nazionale del Partito Democratico

PS: gira il post ai tuoi amici e invitali ad unirsi a noi del circolo del PD di Cordenons.

Cosentino si dimette

Il Pd e l’Idv hanno presentato un’interrogazione urgente per il question time di oggi, dove all’ordine del giorno c’era la mozione di sfiducia al sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Dato che i capogruppo non si accordavano sulla data per calendarizzare la sessione, la decisione – come da regolamento – è stata presa dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Forse per ripicca nei confronti dei colleghi del Pdl, forse perché la situazione è talmente spinosa da ricorrere prima possibile al dibattito in aula, il Presidente della Camera ha deciso di inserire la proposta dell’opposizione per la giornata di mercoledì prossimo 21 luglio, mentre per il sottosegretario Caliendo è stato deciso per settembre.

In realtà la sfiducia diretta è prevista solo per i ministri e non per i sottosegretari, mentre il testo che andrà a Montecitorio mercoledì prossimo inviterà Cosentino a dare le dimissioni e il governo a ritirargli le deleghe. Stesso discorso per il sottosegretario Calinedo quando verrà il suo turno. Stasera, spiazzando tutti per il perfetto tempismo, dopo una riunione con Berlusconi e Verdini, il vice ministro Cosentino ha rassegnato le dimissioni:

“Ho deciso di concerto con il Presidente Berlusconi di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania, anche al fine di contrastare tutte quelle manovre interne ed esterne poste in essere per fermare il cambiamento”

L’ormai ex sottosegretario continua nella sua nota prendendosela con gli amici di partito – Fini e Bocchino – che in questi giorni lo hanno incitato a dimettersi con la scusa di moralizzare il Pdl:

“Ben si comprende ove si conoscano le dinamiche politiche in Campania e coloro che sono i più stretti collaboratori dell’onorvole Fini, quale l’onorevole Bocchino che da anni, senza successo, tenta di incidere sul territorio non già per interessi del partito bensì per mere ragioni di potere personale e che alla prova elettorale è sempre stato sconfitto. E’ risibile che l’onorevole Fini voglia far passare le sue decisioni come se derivassero da una sorta di tensione morale verso la legalità quando si tratta soltanto di un tentativo, anche assai scoperto, di ottenere il potere nel partito tramite Bocchino.”

Rispondendo alle accuse mosse dai Pm, Cosentino si dice totalmente estraneo alle attività illecite di cui è accusato, e anzi conferma che il suo appoggio al governatore Caldoro è stato più che straordinario:

“Sono assolutamente sereno che la mia totale estraneità non potrà che essere più che comprovata da qualsivoglia indagine. Parimenti proprio per questa intima tranquillità non posso e non voglio esporre il Governo di cui mi onoro di far parte e al cui successo ho contribuito di rimanere colpito mediaticamente per tali inconsistenti vicende. Non solo non vi è stata da parte mia alcuna attività di dossieraggio ma mi sono premurato nell’interesse del partito quale coordinatore regionale di espletare tutte le opportune verifiche di notizie che, dopo il caso Marrazzo, potevano apparire problematiche. E sono stato proprio io ad appoggiare con il massimo dell’impegno come coordinatore regionale la candidatura di Stefano Caldoro garantendogli un risultato straordinario.”

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi condivide le dimissioni di Cosentino, ma si dice convinto dell’innocenza del parlamentare campano rinnovandogli la fiducia a coordinatore regionale in Campania:

“Ho condiviso la decisione di Nicola Cosentino di dimettersi da Sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate. Sono quindi certo che la sua condotta durante la campagna elettorale per la Regione Campania è stata improntata alla massima lealtà e al massimo impegno per ottenere la vittoria di Stefano Caldoro. Ritengo quindi che l’onorevole Cosentino potrà proficuamente continuare a svolgere il suo importante ruolo politico nell’ambito del nostro Movimento per consentirci di conseguire ancora quegli eccellenti risultati di cui è stato artefice come Coordinatore Regionale.”

(Ma Berlusconi come ha fatto ad approfondire personalmente l’estraneità di Cosentino, se i Pm dicono tutto il contrario? La solita magistratura comunista probabilmente…)

(Giacomo Lagona)

Colpi di coda

Per il povero Silvio non c’è pace in questo ultimo periodo, in due mesi due ministri dimessi e una caterva di commenti acidi sulla stabilità del suo governo. Ma lui, Sua Emittenza, è più vispo che mai! Certo, ha i suoi grattacapi in questo momento – prendersi il secondo interim così senza battere ciglio è una mazzata anche per un giovanotto come lui – ma il nostro lo conosciamo bene e quindi molto presto ci farà sapere di che morte moriranno i contrari al partito dell’amore.

Qualcuno ben informato sui giornali ha già dichiarato che il Presidente del Consiglio sta proprio messo male, e le dimissioni di Brancher da ministro del nulla sono state una mazzata anche per uno come lui abituato a reggere sulle proprie spalle l’enorme fardello del centro-destra italico. Ma non tutto il male viene per nuocere: Scajola ci ha insegnato come farsi comprare casa senza saperlo, specialmente se davanti al Colosseo; Brancher invece ci ha fatto capire che il Parlamento e le aule dei tribunali sono le stesse identiche istituzioni, quando si devono rassegnare le dimissioni. Berlusconi è riflessivo però, nel senso che ha un riflesso condizionato, appena si apre un barlume di crisi lui si fa vedere in tutti i tiggì a predicare il buongoverno di questo governo. E non è un gioco di parole.

L’opposizione ha fatto benissimo il suo dovere, soprattutto il Pd con la sfiducia a Brancher; e anche l’altra opposizione, quella finiana, ha fatto bene il suo lavoro. Il Presidente della Camera ha talmente usurato i nervi del Presidente del Consiglio che adesso Berlusconi lo vuole cacciare come un dipendente qualsiasi. Lo sappiamo tutti, due galli nello stesso pollaio non ci possono stare.

Berlusconi dunque è in crisi, ma non diamolo per spacciato perché ha sette vite come i gatti. Però non dire gatto se non ce l’hai nel sacco, diceva un ex grand’uomo. Il sacco noi lo abbiamo tirato nuovamente fuori qualche settimana fa, adesso aspettiamo solo che la mela maturi e cada da sola dall’albero. Sarebbe utile però anche un retino da pescatore, sapete com è, prima o poi qualche pesce abboccherà e sarà meglio tenersi pronti. Solo che io mi aspetto un gran colpo di coda dal pesce più grosso del branco, e a dir la verità non mi vorrei trovare nella barca assieme al capitano Achab in quel momento…

(Giacomo Lagona)

Molto rumore per nulla

di Giacomo Lagona

Molto rumore per nulla si potrebbe benissimo dire della tragedia consumata tra Fini e Berlusconi all’auditorium della Conciliazione durante la Direzione nazionale del Pdl. Molto fumo quello di Fini mentre attaccava e accusava il premier di non aver rispettato il programma di Governo; di fuoco le parole di Berlusconi verso il co-fondatore del maggior partito italiano rispondendo con aria sconcertata alle domande del nemico interno.

Secondo me Berlusconi non è diventato paonazzo perché Fini voleva creare una minoranza interna, è diventato verde di bile perché l’ex An l’ha punzecchiato sui suoi punti deboli: giustizia, legalità e Lega. E poi, in sostanza, Fini sale sul predellino dell’auditorium, si lamenta che le cose sono diverse da come lui l’aveva immaginate ma non fa nulla per cambiarle, anzi, vuole che siano gli altri a cambiarle nel modo a lui più gradite. Forse sbaglio, ma il mondo va in modo completamente diverso da come il Presidente della Camera vorrebbe. Diciamolo, non è che Fini abbia avuto torto rinfacciando a Berlusconi il malessere di una certa parte interna, ma se fossi stato al suo posto per prima cosa mi sarei adoperato per cambiare le cose dall’interno – chessò,  prendere il posto di La Russa come coordinatore – e poi, pian piano e soprattutto senza possibilità di vedermi sbattuta la porta in faccia, avrei fatto il diavolo a quattro per spodestare il PresdelCons dallo scranno di invincibilità sul trono del Partito dell’amore.

Di certo che teste ne cadranno a bizzeffe: a Italo Bocchino non verrà rinnovato la poltrona di vicecapogruppo alla Camera, Mario Baldassarri verrà rimosso da presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, Enzo Raisi dalla Commissione Attività produttive della Camera, Adolfo Urso da Vice Ministro dello Sviluppo economico. Ma soprattutto verrà allontanata Giulia Buongiorno dalla presidenza della Commissione Giustizia della Camera, cioè la Commissione parlamentare che più interessa al premier per riformare la Giustizia a sua immagine e somiglianza.

I quotidiani naturalmente hanno sguazzato dentro la melma lasciata dai due pugili in Conciliazione (mai nome fu così inviso da tutti i partecipanti): Ezio Mauro su Repubblica: “Fini tenterà di restare nel Pdl parlando alla parte più moderata della destra del Paese, ma intanto preparerà le sue truppe risicate, perché dovrà andarsene, più presto che tardi. Il Cavaliere alla fine romperà definitivamente, ma non solo con Fini, con tutto. Incapace di reggere, chiederà il giudizio di Dio nelle elezioni anticipate”. Concita De Gregorio sull’Unità: “Segnatevi questa data perché l’era del superuomo è finita. Certo ci vorrà tempo, mesi forse anni perché il naturale dibattito interno di un partito diventi veleno che lo corrode e lo sfinisce come è accaduto, appunto negli anni, ai partiti che abbiamo conosciuto prima dell’avvento del messia, fossero di destra di centro o di sinistra. Ci vorrà tempo, quello del Pdl si conta da ieri”.

Mattia Feltri sulla Stampa: “È finita così, con le telecamere dietro a un mare di schiene alzate, lontane voci concitate, la guerra consumata, quindi tutti fuori, sulla strada a cercare di capire che succederà adesso, e quelle due matte di Alessandra Mussolini e Daniela Santanchè che escono a braccetto, ridendo in coppia come le ginnasiali che vanno al bagno, loro due, che si erano date a vicenda della patata transgenica: «Quando i maschi litigano, le donne fanno pace». E pregustano teste rotolanti”. Umberto Bossi sulla sulla Padania: “Fini, invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie, ha rinnegato il patto iniziale e non ha fatto altro che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito, attaccandoci. Ha lavorato per la sinistra comportandosi come un vecchio gattopardo democristiano: fingi di costruire, per demolire e non muovere nulla. In questo modo ha aiutato la sinistra, è pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui. Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore del centralismo dello Stato e il meridionalismo. Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito, senza tentennamenti, invece di portarlo in tv, dandogli voce e rilievo, quella era la strada da seguire”.

I giornali filo-governativi (ohibò: non ne farete mica un dramma, vero?) stranamente si pronunciano tutti per il grand’uomo. Libero scrive in prima pagina che “il Pdl vota quasi all’unanimità un documento contro il presidente della Camera: finisce 159 a 12″. Il Giornale la mette in un modo un po’ più furbo, scrivendo che i voti contrari al documento sono stati “solo 11 su 172″. Flavia Perina nel suo editoriale sul Secolo corregge: “E si farà l’abitudine anche a ciò che oggi sembra stupefacente: il sito del Pdl che non mette in rete l’intervento di Gianfranco Fini; il Tg1 che titola “è finita 172 a 11″ facendo opportunamente confusione tra gli aventi diritto al voto e i sostenitori del documento di maggioranza; Silvio Berlusconi che chiede a Fini di “far comprare il Giornale da un suo amico” se vuole titoli senza insulti”.

Per la cronaca: i voti al documento finale sono stati poco meno di settanta perché gran parte dei 171 aventi diritto a quell’ora erano già a casa in babbucce; dunque, in realtà, la vittoria disarmante del Presidente Berlusconi è stata di circa 57-58 a 11.

Partendo – o arrivando, dipende da dove la si prende – dal sito del Pdl si scopre che basta non essere formalmente membro alla Direzione Nazionale del PdL per venire rimosso dall’elenco degli interventi. Anche se Fini è stato l’ospite dal discorso più atteso, discusso e deflagrante della giornata, dal verbale ufficiale della giornata il sito ufficiale del Popolo della Libertà non ne accenna minimamente: praticamente il co-fondatore del partito dell’amore giovedì alla Direzione nazionale non c’è mai andato. Son convinto però che la perla della giornata è nostra: Gad Lerner “è ragionevole ipotizzare che Gianfranco Fini e Umberto Bossi si fossero messi d’accordo nel tendere questo trabocchetto a Berlusconi? Non lo so, ma di certo punta a elezioni anticipate sul tema del federalismo. La slealtà personale e il perseguimento di interessi contrari a quelli della nazione portano allo sfascio del centrodestra e preannunciano una stagione infelice per la tenuta democratica del paese”.

Naturalmente non sono mancate le opinioni dei leader della sinistra, ma non vi dico chi e quando perché sarebbe come buttarmi la zappa nei piedi: cercateveli!

Domani Fini va per Mezz’ora dalla Annunziata, mentre martedì Floris dovrebbe averlo a Ballarò. Occhio che settimana scorsa c’era l’amico Bocchino…

Berlusconi imbavaglia il Parlamento

di Gianni Ghiani

ATTENZIONE: PARLAMENTO BLOCCATO, MAGISTRATURA ATTACCATA, ESECUTIVO CHE TRACIMA.

Forse la notizia non ha avuto il risalto che meritava. Allora ci proviamo noi a porla in primo piano. Il fatto è questo: il presidente Gianfranco Fini ha deciso di lasciare a casa i deputati per una settimana dal 2 al 6 novembre. E sapete perché? Il motivo è semplice: per le leggi di iniziativa parlamentare che riescono ad approdare in aula non c’è la copertura finanziaria. Di conseguenza ai deputati non resta altro da fare che scaldare la sedia e ridursi a votare, impotenti, solo le richieste di fiducia che, una dopo l’altra, l’Esecutivo impone a tutti i parlamentari.
Secondo il presidente della Camera la mancanza di fondi “è un problema oggettivo”. Fini, così, ha lanciato un chiaro e diretto segnale a Berlusconi. L’ostruzionismo orchestrato da parte del “monarca assoluto” è un ostruzionismo che si abbatte non solo sulle proposte di legge provenienti dai banchi dell’opposizione, ma anche su quelle ascrivibili agli esponenti della maggioranza.
Questo significa che il Parlamento non discute più, non sceglie più. Insomma significa che in Aula si ratificano solo i decreti del governo. In questa maniera in Italia il governo strangola la democrazia parlamentare che è precondizione per l’esistenza della democrazia tout-court!

Ovviamente, il PD approva la scelta del presidente della Camera. Il segretario del PD Pier Luigi Bersani ha dichiarato che “è veramente disdicevole che la Camera stia a casa mentre c’è la crisi, ma il presidente fa il suo dovere. La realtà – ha proseguito Bersani – è che si lavora solo se il governo fa un decreto e se mette la fiducia e questo non va. La crisi economica pretende una solenne discussione in Parlamento per trovare soluzioni adeguate; perché la nuvola non è passeggera e i cieli non sono azzurri. Se non ci si dà una mossa, usciremo dalla crisi tra dieci anni. La premessa è riconoscere che il problema c’è, altrimenti così è impossibile predisporre le ricette per fronteggiarla”.

Tirando le somme il risultato è allarmante. Se da un lato il capo del governo svuota ogni giorno di più il ruolo del Parlamento delle sue fondamentali prerogative, dall’altro sferra attacchi sistematici all’indipendenza della Magistratura. E’ perciò inevitabile constatare che la democrazia in Italia sia in serio pericolo. Infatti l’equilibrio dei tre poteri – Legislativo, Giudiziario ed Esecutivo la cui separazione ed indipendenza è necessaria – sta saltando a tutto beneficio dell’Esecutivo. Se a questo ci aggiungiamo quanto abbiamo già denunciato a riguardo, cioè della brutta aria che tira sull’informazione, dobbiamo alzare ancora di più la nostra voce e far fronte deciso contro un’azione di governo che sta pregiudicando la stabilità democratica del Paese.