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L’Egitto di Frattini

Un mese e mezzo fa scrivevamo quanto sia inutile Frattini come ministro e quasi ce ne dispiacevamo di dirlo:

Frattini va a fare il commissario europeo e quando nel 2008 Berlusconi vince di nuovo le elezioni, viene richiamato a prendere il posto di ministro degli esteri. Il tutto con la consueta irrilevanza. Nell’estate del 2008 la Russia invade la Georgia: muoiono 2000 persone in cinque giorni, nel mondo si parla di una nuova guerra fredda, le diplomazie internazionali lavorano freneticamente per fermare il conflitto, i ministri degli esteri europei si riuniscono d’urgenza. Frattini nel frattempo è in vacanza alle Maldive, e ci rimane: alle riunioni manda il suo vice. Meno di sei mesi dopo, Israele comincia l’operazione Piombo Fuso: invade e bombarda la Striscia di Gaza, accusando Hamas di aver rotto la tregua con i razzi Qassam lanciati nel sud di Israele. Anche stavolta si mobilitano le diplomazie di tutto il mondo. Frattini è di nuovo in vacanza, stavolta a sciare. Nessuna riunione, nessun vertice, nessuna missione. Quando il Tg1 va per intervistarlo, lui si fa riprendere dentro uno chalet, in tuta da neve e col naso unto di crema solare. Parliamo delle due crisi internazionali più gravi degli ultimi due anni: Frattini le ha passate entrambe in vacanza.

Ok, uno è libero di andare in vacanza dove e quando vuole, e queste sono storie vecchie che non succederanno mai più, direte voi.

Si dà il caso che in questi giorni sia scoppiata la più grave rivolta in Egitto degli ultimi 30 anni al punto che il presidente Mubarak pare abbia inviato moglie e figli a Londra; la vicenda è talmente grave che pure Obama ha deciso di parlare alla Nazione, e nelle ultime ore tutti i diplomatici vicini al Mediterraneo si sentono continuamente in videoconferenza e organizzano riunioni plenarie per discutere della crisi.

Indovinate dov’era Frattini?

A rischio la riforma sanitaria di Obama

Il 12 gennaio ci sarà il voto al Senato americano per abrogare la riforma sanitaria proposta da Obama e votata a marzo dell’anno scorso. Oggi ne parla anche l’Huffington Post. Tuttavia per abolire la riforma sanitaria i repubblicani dovrebbero avere una maggioranza di 60 voti al Senato e invece ne hanno 47 in virtù della nuova maggioranza appena insediatasi.

Ma se per un miracolo impensabile anche il Senato votasse l’abrogazione – cioè 13 democratici votassero contro il loro stesso presidente – , Obama metterebbe il veto tipo cinque secondi dopo. A quel punto, per superare il veto presidenziale, ai repubblicani non resta che avere una maggioranza dei due terzi al Senato e alla Camera, cosa che non hanno e non potranno mai avere.

Il voto del 12 gennaio voluto dai repubblicani quindi è solo un po’ di rumore per far vedere ai propri elettori che si danno da fare. La riforma sanitaria rimarrà al suo posto senza problemi.

[Via]

Diario di Mid Term

Per chi vuole farsi un’idea di quello che sta succedendo in America per le elezioni di medio termine del 2 novembre, Francesco Costa sta scrivendo un diario imperdibile.

Arizona, bocciata la legge sull’immigrazione clandestina

Lo scorso aprile la governatrice dell’Arizona Jan Brewer aveva firmato una discutibilissima legge sull’immigrazione clandestina appena approvata dal Congresso dello stato. La legge prevedeva che la polizia potesse fermare chiunque per il solo “ragionevole sospetto” di essere immigrato clandestino, e potesse perfino arrestarlo se trovato senza documenti di riconoscimento. Ciò comportava che ogni immigrato era obbligato a portare sempre dietro i documenti.

La legge approvata in Arizona è molto sostenuta dalla popolazione locale: lo stato si trova al confine con il Messico, e dato che proprio il Messico è il paese da cui provengono la maggior parte degli immigrati e grossi quantitativi di droga arrivano negli States da questo confine, secondo un sondaggio del Washington Post i favorevoli sarebbero in maggioranza attestandosi attorno al 58 per cento.

L’amministrazione Obama aveva fortemente criticato la legge alludendo al fatto che potrebbe erodere la fiducia della gente nelle forze di polizia, col risultato che anche la sicurezza ne risentirebbe:

«Quello che è accaduto in Arizona minaccia di minare i principi basilari del nostro paese, così come la fiducia tra la polizia e le loro comunità, fondamentale per mantenere la sicurezza».

Giorni più tardi Obama aveva incaricato il Dipartimento di Giustizia di fare ricorso contro l’Arizona per violazione delle leggi federali sull’immigrazione. Negli USA il reato d’immigrazione clandestina rientra nella sfera federale, è dunque Washington a doversene occupare. Alla luce di queste nuove affermazioni, la Governatrice Brewer avrebbe firmato una legge non di sua competenza, dunque del tutto irregolare.

Oggi la corte federale di Phoenix ha temporaneamente bloccato la legge sospendendo alcune norme contenute al suo interno.

La corte federale, presieduta dal giudice Susan Bolton, ha parzialmente accolto il ricorso del Dipartimento di Giustizia, riservandosi però la decisione finale – attesa comunque entro un paio di settimane – appena analizzerà in maniera più approfondita i documenti presentati da Washington e dallo stato dell’Arizona.

Il giudice ha sospeso le norme più controverse, ovvero il diritto della polizia di chiedere i documenti a qualsiasi immigrato sulla base del semplice “ragionevole sospetto”, e l’obbligo per ogni immigrato di portare sempre con sè un documento di riconoscimento.

La motivazione della sentenza la spiega la stessa giudice Bolton:

«Appare molto probabile che la polizia finirebbe per arrestare anche cittadini in regola con il permesso di residenza. Con questa iniziativa l’Arizona finirebbe per imporre uno straordinario e raro onere agli immigrati legali, un onere che solo il governo federale ha facoltà di imporre».

All’indomani della firma la governatrice Brewer ha visto impennarsi i sondaggi a suo favore (non solo in Arizona, anche nel resto degli Stati Uniti) e si era messa in luce tra i repubblicani, con la sospensione della legge i consensi probabilmente caleranno, però in compenso si parlerà molto di più della donna che ha messo in discussione la politica sull’immigrazione dell’amministrazione Obama, soprattutto dopo i continui posticipi di Washington per una riforma sulla clandestinità e sul pattugliamento dei confini di cui l’Arizona è maggiormente penalizzato.

A novembre si vota per il Governatore dello stato, e la Brewer probabilmente verrà rieletta.

(Giacomo Lagona)

Follia

di Giacomo Lagona

Settimana scorsa si dava del “pollo” ai democratici perché la riforma sanitaria era viziata da norme procedurali e quindi andava rivotata. Tutto perché, lo stesso giorno, Repubblica titolava “Rinviata per irregolarità procedurale“. Rileggendo l’articolo però si notano due cose: la prima che i giornali italiani non si informano affatto prima di formulare assurde tesi sul rinvio o sulla votazione di leggi importantissime come quella appena varata dal governo americano; la seconda che bastava farsi un giro nei maggiori quotidiani americani per rendersi conto di cosa effettivamente andava rivotato.

La riforma voluta da Obama, votata e firmata domenica sera, è legge. E le leggi, in particolar modo quelle americane, non possono essere rivotate, mentre, se proprio si volesse, possono essere abrogate con le votazioni di Camera e Senato e successivamente firmate dal Presidente. Il Presidente firma l’abrogazione della legge, cioè un altra legge, non l’annullamento alla prima. Non funziona così!

Se Repubblica – ma anche il CorrierePanorama – si fossero fatti un giro tra i giornali americani, avrebbero capito senza tanti fraintendimenti che la legge ritornata al Senato e poi alla Camera è una regola minore all’interno della riforma. La Reconciliation bill, la norma tornata al Congresso per essere ratificata nuovamente, è un piccolo codicillo migliorativo che viene votato dal Senato quando la Camera manda indietro una legge per modificarla ulteriormente. Nella fattispecie la reconciliation non c’entra assolutamente nulla con la riforma sanitaria di Obama, ma come capita anche in Italia era stata inserita in un pacchetto di leggi molto più ampi, esattamente come quella approvata domenica scorsa.

Ancora. La reconciliation chiedeva che le rette per i college non avessero nulla a che fare con il bilancio, quindi andavano riconsiderate. Il college. Le rette. Non è sanità.
In conclusione: uno spruzzetto di righe avrebbe bloccato, sempre secondo i nostri giornali, una legge enorme  di non so quante pagine per una retta del college che non rientra nel bilancio statale. Avete capito che si sta parlando di follie vero!?

Come volevasi dimostrare il Senato e la Camera l’hanno prima stralciata, e poi rivotata con una maggioranza ancora superiore di quella di domenica, quindi i repubblicani hanno preso un altro schiaffo peggiore di quello preso nel weekend scorso. Che dire: contenti loro!

Mi piacerebbe però che anche i nostri giornali ammettessero l’errore invece che far finta di nulla e dare solo la notizia. Ma pure questa è follia. E che ci volete fare…

E’ fatta!

di Giacomo Lagona

Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento“.

Obama è riuscito in quello che nessun suo predecessore era mai riuscito prima: una riforma che riguarda 32 milioni di americani senza assistenza sanitaria con una spesa di 940 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Alla mezzanotte di ieri – alle 5 di questa mattina in Italia – il Presidente americano ha tenuto il discorso di ringraziamento ai deputati democratici che hanno votato la riforma da lui fortemente voluta 14 mesi fa. Duecentodiciannove contro duecentododici i voti, tutti democratici e nessuno repubblicano: la condivisione bipartisan chiesta da Obama si è scontrata con la dura legge dei repubblicani e della loro sciocca visione della libertà individuale.

Non è stata facile per il Presidente americano far approvare la riforma, soprattutto visti gli scontri ideologici all’interno del suo stesso partito: Bart Stupak del Michigan è il deputato antiabortista che ha creato più problemi, ma Obama, in una riunione poco prima della votazione, ha firmato un “ordine esecutivo” legittimando il divieto di usare i fondi federali per il rimborso delle spese nelle interruzioni di gravidanza. Questo è bastato al deputato del Michigan per votare la legge sanitaria, e anche se 34 Democratici hanno votato contro per paura delle prossime elezioni di novembre, il loro voto è diventato ininfluente ai fini dell’approvazione. Il voto positivo ha scongiurato pure l’insuccesso di gennaio, quando, dal posto al Senato lasciato vacante dalla morte di Ted Kennedy, i Democratici si sono visti battere da Scott Brown, vincendo contro il procuratore capo del Massachussets Martha Coakley, in un seggio kennediano da oltre 60 anni. Questa sconfitta sembrava affossare definitivamente le ambizioni del Presidente nero, ma l’ingordigia delle multinazionali hanno fatto il gioco di Obama: il meso scorso la Blue Cross, colosso delle assicurazioni statunitensi, ha aumentato le polizze sanitarie del 39 per cento, dando la possibilità a Obama di tornare in auge con la riforma accusando i Repubblicani di speculare con la pelle della povera gente facendo accumulare enormi ricchezze alle multinazionali sanitarie. Da quel giorno la rincorsa alla riforma e iniziata nuovamente. Oggi è finita definitivamente. La riforma verrà votata in Senato a breve, e in settimana Obama apporrà il suo nome a quella che è considerata la prima storica riforma americana.

Cosa cambia. Cambia tantissimo per le società assicurative: vietato rescindere polizze in uso quando un paziente è malato (usata spessissimo per non pagare le rette ospedaliere salate); vietato rifiutare una polizza invocando malattie preesistenti nei bambini; vietato introdurre tetti massimi di rimborsi quando le spese diventano troppo onerose (ad esempio nei pazienti con terapie intensive ad alto costo tipo il cancro); il diritto per le famiglie di mantenere nella propria copertura assicurativa anche i figli sotto i 26 anni, graditissima oggi più che mai con la grave crisi economica; multe salatissime alle aziende con oltre 50 dipendenti che rifiutano l’assicurazione sanitaria ai lavoratori (la media di una polizza costa al dipendente circa 12mila dollari annui).

Quando parte. La riforma avrà validità nel momento in cui Obama la firmerà, e riguarderà, dal 2014, oltre 32 milioni di americani che fino ad oggi – vuoi per il basso reddito, vuoi perché con malati cronici in casa – non ne hanno potuto usufruire. Di questi 32 milioni quasi la metà usufruiranno della Medicare e della Medicaid, la mutua statale per gli anziani e i meno abbienti voluta da Johnson 45 anni fa: la prima va a coprire gli ultra-sessantenni che nel 2005 erano oltre 43 milioni; la seconda gli indigenti che non superano i 29mila dollari di reddito annui con quattro persone a carico – nel 2005 erano oltre 45 milioni gli americani che sfruttavano il programma di Lindon Johnson. I circa 16 milioni di oggi si aggiungono agli oltre 107 mln di americani che già prima della riforma Obama ne facevano uso, mentre l’altra metà sarà costretta a comprarsi una polizza esattamente come adesso, ma scegliendola da un paniere sorvegliato dallo Stato e con sussidi pubblici fino a 6mila dollari annui: questo per far in modo che la polizza non superi il tetto massimo del 9.5 per cento del reddito annuo.

Cosa prevede. La riforma prevede che tutti gli americani beneficino di una copertura sanitaria pro-tempore. Ovvero lo Stato mette tutti in condizione di sfruttare la sanità anche con fondi pubblici fino a quando non siano in grado di potersela pagare autonomamente. Perché, in fin dei conti, la sanità americana rimane pur sempre privata: gli ospedali rimangono a pagamento, gli interventi chirurgici restano a carico del paziente e qualsiasi forma di assistenza sanitaria è comunque privata, tranne il caso in cui le  famiglie beneficiano del programma di assicurazione sanitaria statale dei bambini. Il programma provvede alla copertura sanitaria per più di sei milioni di bambini in famiglie ove i genitori guadagnano troppo per essere inclusi all’interno del programma Medicaid, ma tuttavia non possono permettersi una assicurazione privata. Inoltre, vi sono molti altri programmi federali che beneficiano una popolazione più specifica, per esempio i veterani di guerra o i nativi americani, e molti programmi attivi a livello dei singoli stati o a livello locale, fra i quali più di mille “community center” che offrono cure gratis o a basso costo.

Cosa manca. Manca quella radicale innovazione chiesta da Obama al momento del disegno di legge, perché lasciato cadere ai primi scrosci di accuse fatte dall’estrema destra – lo slogan in voga mesi fa era la “socializzazione delle cure mediche” – per cui l’assenza è di un’assicurazione statale a basso costo disponibile a tutti che poteva far concorrenza a quelle private. In compenso però parte dei costi della stessa verrà riversata sulle aziende farmaceutiche sotto forma di aumenti fiscali, quindi chi prima ne beneficiava adesso è costretta a pagarne la sopravvivenza.

Chi vince e chi perde. La vittoria e la sconfitta è ambivalente. Obama e i Democratici hanno vinto nel medio termine innanzitutto perché la riforma è stata votata e approvata solo dal partito del Presidente, e inoltre per aver dato forma ad una legge che da 50 anni nessun Presidente era mai riuscito a far approvare. I Repubblicani hanno perso perché non sono riusciti – per mille motivi – a votare una legge condivisa con i Democratici in cui tutta la Camera dei Deputati, con coesione e unità, poteva sancirla. Nel lungo termine sia Obama che i Democratici probabilmente pagheranno questa vittoria con una sconfitta – o una sostanziale perdita di seggi – alle elezioni di midterm a novembre. Infatti una buona parte di americani non sono convinti della bontà di questa legge, ragion per cui questo malessere potrebbe danneggiare il Presidente al momento del rinnovo dei 435 rappresentanti della Camera, dei 33 del Senato e dei 36 Governatori dei 50 Stati federali. Insomma, Obama deve fronteggiare un vulcano in eruzione da oggi a otto mesi, e deve sperare nel frattempo che gli americani – soprattutto i beneficiari della riforma – capiscano l’utilità della legge e promuovano il Presidente dopo l’exploit di due anni fa.

Ma questa è un altra storia ed oggi siamo felici per quello che è successo nella lunga notte di Washington.

Scacco al re

di Giacomo Lagona

Obama è salito a Capitol Hill e ha chiesto ai deputati democratici di «resistere» e affrontare quella che potrebbe rivelarsi una votazione difficile dal punto di vista politico: a novembre sono infatti previste le elezioni per il rinnovo del Congresso.

«So che siete sotto pressione. Questo è uno di quei momenti. È una di quelle volte in cui potete dire onestamente a voi stessi: “Maledizione, è proprio per questo che sono qui”. So che sarà un voto duro, ma sono fiducioso perchè sono convinto che sia la cosa giusta da fare. Se ognuno di voi crede che questa legge non sia un miglioramento dello status quo, in cui persone sono costrette a morire senza cure, o a vendere la propria casa perchè non hanno i soldi per pagare il medico. Se credete onestamente dal profondo del cuore che è così, allora votate no. Se invece credete che il sistema attuale non funziona, che le assicurazioni non fanno sempre gli interessi dei cittadini, allora vota questa riforma. Non ti chiedo di farlo per me, o per il partito democratico, ma per il popolo americano, per quelle persone che non ce la fanno e hanno bisogno d’aiuto».

Ci sono voluti nove mesi per far arrivare alla Camera la riforma sanitaria voluta da Obama, e oggi si voterà per approvarla o buttare nove lunghi mesi di lavoro nella pattumiera. Il discorso del Presidente ai democratici non è quello di un politico che vuole far approvare una sua legge, ma il commento di un uomo che crede profondamente in quello che dice. Non sarà un santo – nessun politico lo è, men che meno un presidente americano – ma è un uomo decisamente caparbio e che crede sinceramente in una buona sanità pubblica e non solo ad una sanità assicurativa riservata a ricchi e benestanti. Gli Stati Uniti sono al collasso economico e questa legge avrà una duplice valenza: dare agli indigenti un minimo di copertura sanitaria, e far risparmiare agli States qualcosa come 1000 miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. Non è cosa da poco!

«Il presidente Roosevelt ha fatto passare la Social Security, Lyndon Johnson ha fatto approvare Medicare. Oggi Barack Obama farà approvare la riforma della sanità», ha detto John Larson presidente del gruppo democratico della Camera. I Democratici ci credono, e pare che i cinque voti di scarto che avevano fino a qualche giorno fa sono stati rimpolpati nel carniere presidenziale. Ma sono gli indecisi la carta vincente – o perdente – di Obama. La pressione fatta ai democratici riguarda la copertura sanitaria per l’interruzione di gravidanza offerta con fondi pubblici. In questo senso il Presidente Obama sta lavorando su un ipotesi di accordo esecutivo separato dall’approvazione della riforma, tanto che il deputato del Michigan Bart Stupak, dopo aver ricevuto il no dalla speaker della Camera Nancy Pelosi sull’ipotesi di un secondo voto a riguardo, si è detto soddisfatto e da voci interne sembra possibile un suo voto favorevole alla legge presidenziale.

La riforma sanitaria voluta da Obama è la più importante dal 1965, quando Lyndon Johnson fece approvare Medicare per anziani e disabili. Questa riforma porterà l’assistenza sanitaria al 95 per cento degli americani, ossia a quei 32 milioni di statunitensi non coperti dalle assicurazioni, ma soprattutto fermerà la pratica di rifiuto perpetrata dalle assicurazioni a danno di chi è già malato. Oggi sapremo se i 940 miliardi di dollari che servono per coprire un decennio di riforma verranno stanziati sotto forma di approvazione, oppure l’America, ancora una volta, sarà sotto scacco delle lobby di Washington.

«So che questa legge non è perfetta. Non ci sono delle parti che ognuno di voi avrebbe voluto che ci fossero. Questo vale anche per me. Però è il più grande intervento legislativo per migliorare la vita degli americani. Per questo sono convinto che passerà. In fondo è per questo che sono entrato in politica, che mi sono sacrificato. È che credo nel mio paese e credo – ha concluso Obama – nella nostra democrazia».

La Camera oggi voterà separatamente sulla versione della riforma approvata dal Senato – che, se passerà, diverrebbe legge una volta firmata da Obama – e su un secondo pacchetto di modifiche, sponsorizzato dai democratici alla Camera.

[Update] Leggo adesso lo schedule della Camera per oggi (aggiungete 5 ore per avere l’ora italiana):

2 p.m.: The House will debate for one hour the rules of debate for the reconciliation bill and the Senate bill.

3 p.m.: The House will vote to end debate and vote on the rules of the debate.

3:15 p.m.: The House will debate the reconciliation package for two hours.

5:15 p.m.: The House will vote on the reconciliation package.

5:30 p.m.: The House will debate for 15 minutes on a Republican substitute and then vote on the substitute.

6 p.m.: The House will vote on the final reconciliation package.

6:15 p.m.: If the reconciliation bill passes, the House will immediately vote on the Senate bill, without debate.

48 ore

di Giacomo Lagona

Il presidente Barack Obama ha rimandato per la seconda volta il suo viaggio nel sud-est asiatico perché tra sabato e domenica si voterà alla Camera la riforma sanitaria voluta da questa amministrazione.
Al momento ad Obama mancano cinque voti per farla passare, e questo secondo posticipo della visita ufficiale in Asia può anche voler dire che il presidente americano è certo che i voti mancanti li troverà entro la data della votazione.

Nel frattempo, l’ufficio congressuale per il budget, ha stimato che la riforma sanitaria – se venisse approvata – avrebbe un impatto al risparmio sul bilancio americano di cento miliardi di dollari nei primi dieci anni, e di oltre mille miliardi nel decennio successivo.

Stando ai conti la riforma avrebbe un motivo in più per essere approvata, ma i repubblicani – e parte dei democratici – stanno facendo ostruzionismo ad oltranza perché da sempre le lobby delle assicurazioni hanno un enorme peso politico a Washington, quindi parecchi senatori e deputati dipendono proprio dai loro finanziamenti. Da qui l’ostruzionismo che rende parecchio difficile la vita al Congresso dei sostenitori della sanità a partecipazione pubblica che vorrebbe Obama.

Lo sapremo al massimo tra 48 ore se anche l’America avrà una riforma sanitaria in stile europea, oppure rimarrà ancorata ai regimi capitalistici vecchio stile.

Il FVG come gli USA di Obama

di Lodovico Sonego

Martedì 16 febbraio il Presidente degli Stati Uniti ha lanciato un piano federale per colmare il digital divide entro dieci anni portando una banda larga di 100 megabit/sec. in cento milioni di famiglie. Il presidente vuole anche un collegamento da un gigabit/sec. (in una scuola, un ospedale, in municipio) in ogni comunità. La banda larga è il sistema di apparati e di reti prevalentemente in fibra ottica- che consentono di inviare e ricevere via internet grandi quantità di informazioni per secondo. Il Presidente Obama vuole in questo modo che il suo paese diventi leader mondiale della information and communication technology (ICT) e possa riprendere con vigore la strada della crescita economica. Così Obama desidera anche migliorare il livello di istruzione e di protezione sociale.

Sono gli obiettivi del programma regionale ERMES (Excellent Region in a Multimedia European Society) varato dalla giunta Illy nel 2006. Si tratta del più forte programma italiano di investimenti in banda larga con una consistente rete di dorsali in fibra ottica. L’obiettivo di ERMES è 100 megabit/sec. per tutte le famiglie e le imprese della regione entro il 2011 ma la rete in fibra consente già ora di andare più su trasmettendo 10 gigabit/sec. estensibili a 100. In Giappone si sta sperimentando l’uso della fibra con un terabit/sec.
A febbraio 2008 la giunta Illy aveva complessivamente stanziato 120 milioni di euro per le infrastrutture di banda larga progettando e appaltando lavori per decine di milioni. Con Tondo il programma ERMES è fermo eppure le risorse non mancano, c’è anzi persino la beffa di zone della regione senza ADSL nelle quali è però presente la fibra installata dalla giunta Illy che nessuno può usare perché la rete non viene messa in servizio.

Il convegno “DOVE VA PORDENONE” svoltosi nel capoluogo lo scorso 25 febbraio ha consentito un approfondito dibattito sulla natura delle difficoltà economiche della provincia e del Friuli Venezia Giulia, nonché sulle azioni da avviare per ritrovare la strada della crescita. Tutti gli intervenuti hanno sottolineato l’esigenza che i governi svolgano una azione anticiclica, ciò vale anche per il governo regionale.

Il convegno ha sottolineato che una delle azioni essenziali per consentire al Friuli Venezia Giulia di riprendere la strada dello sviluppo economico, ma anche per migliorare la qualità della vita civile e culturale, è garantire a tutti la banda larga a 100 megabit/sec.

Chi desiderasse approfondire i contenuti della proposta di Obama può farlo consultando il sito della Casa Bianca.