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Lo scempio della giustizia italiana

La maggioranza si accinge ad un ulteriore, devastante passaggio del suo cinico progetto di disarticolazione della giustizia italiana. Al dispiegarsi di questo cinico progetto assiste un pubblico esterrefatto e sgomento di avvocati, di personale giudiziario, di magistrati, di professionisti della sicurezza e, soprattutto, di cittadini. Mentre questa maggioranza – tristemente ridotta al rango di mera esecutrice di ordini – parla di dialogo, rifiuta con cocciuta e inquietante determinazione ogni ipotesi di miglioramento del testo in discussione, rendendo drammaticamente trasparenti le vere ragioni del suo procedere. Vi è uno scenario che si intravede, alla fine di questo percorso. Questo scenario è, nè più nè meno, che lo scempio della giustizia italiana. Lasciatemelo ripetere: lo scempio della giustizia italiana. Di questo scempio vi assumete davanti al Paese tutta la responsabilità, politica e morale“.

Questo il discorso tutto uguale di ognuno dei Senatori del Pd che ha preso la parola durante la presentazione del ddl ammazza-processi – eufemisticamente chiamato processo-breve – di ieri, ratificato e approvato oggi con 163 sì, 130 no e 2 astenuti dal Senato della Repubblica italiana.

Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Partito Democratico, nelle dichiarazioni di voto al Senato sul ddl muove un’aspra critica alla maggioranza: “La vostra priorità è innanzi tutto l’interesse privato, non avete avuto timori a devastare l’ordinamento, non avete senso di vergogna”.

Luigi Li Gotti dell’Idv, nelle dichiarazioni finali in aula dice: “Si vuole salvare Berlusconi dai suoi processi. Approvate così una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. L’Italia, culla del diritto, rinnega il diritto. Non sapete cosa significhi l’interesse collettivo. Il Parlamento è smarrito ed asservito”.

Uno degli astenuti è stato il Senatore Enrico Musso del Pdl, docente universitario di Economia applicata, il quale ha preso la parola per la dichiarazione di voto in dissenso dal suo gruppo: pur ribadendo la sua fedeltà politica e anche personale a Silvio Berlusconi, “al quale devo la mia candidatura – ha detto – e vista la legge elettorale anche la mia presenza qui”, ha accusato la maggioranza di aver commesso “un errore grave, quello di non ammettere pubblicamente che c’erano due obiettivi, quello della ragionevole durata dei processi e quello che è diventato una sorta di agenda nascosta, la tutela del presidente del Consiglio”.

L’altro astenuto è stato il senatore del Pd Alberto Maritati: ”Voglio che sia anche fisicamente sancita la mia distanza da questo provvedimento e dunque mi allontanerò dall’Aula nel momento in cui voi imporrete al Paese questo scellerato e devastante disegno di legge”.

Anna Finocchiaro, ad approvazione avvenuta: “Con il processo breve decretate la fine di migliaia di processi penali e quindi ci sarà una denegata giustizia per migliaia di cittadini”.

“Continueremo a pretendere che si parli in Parlamento delle questioni che interessano le famiglie, i cittadini e il Paese, a partire dalla crisi. In altri parlamenti europei in questi giorni si sta discutendo misure fiscali in favore del lavoro, delle famiglie, delle imprese. Qui discutiamo di processo breve. E’ una norma sbagliata e pericolosa dannosa per la giustizia. Invece di dare ai cittadini processi rapidi, darà processi al macero”. E’ il commento del deputato PD Lanfranco Tenaglia.

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Le bugie di Angelino sulla legge annulla processi

Un per cento, dice il ministro. Cinquanta per cento, correggono le toghe. Quaranta per cento, ridimensiona il Consiglio superiore della magistratura. La guerra delle cifre continua. Il numero dei procedimenti che saltano causa taglia-processi (il ddl Gasparri-Quagliariello) resta ballerino. Ma non c’è dubbio che tra questi numeri ce n’è uno che assomiglia molto a una bugia grossa come una casa ed è per l’appunto quello sparato dal ministro in persona, Angiolino Pinocchio Alfano. Perchè è vero che anche tra Anm e Csm, tra sindacato delle toghe e Consiglio superiore della magistratura, non c’è coincidenza di cifre e percentuali. Ma si tratta di differenze fisiologiche. Di fronte alle quali il numero dato dagli uffici del ministero della Giustizia – «salterà solo l’1 per cento dei processi in corso, circa 33mila» – appare non solo improbabile ma anche surreale.

L’Unità