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Pragmatici o casinisti?

Il Financial Times nella sua Lex Column fa un ritratto impietoso e imbarazzante dell’Italia di Berlusconi. A Washington, apprendiamo dai cablo diffusi da Wikileaks, pensano anche peggio del Premier, ma ritengono che un Berlusconi screditato e indebolito non possa mai dire no, e quindi vada bene per l’interesse nazionale USA. Insomma, pragmatici o casinisti, questi anglosassoni?

Di Wikileaks, di Berlusconi e di Calipari

Degli ultimi rapporti di Wikileaks pubblicati sul Guardian riguardanti i comportamenti del governo Berlusconi dopo l’uccisione dell’agente del Sismi Nicola Calipari, ne abbiamo scritto sul sito del Pd Cordenons.

Questa invece l’intervista che YouDem ha fatto stasera a Giuliana Sgrena

Panico e isteria

I rapporti segreti di Wikileaks, come era facile immaginare, hanno creato scompiglio in tutto il mondo, l’unico paese in cui il nervosismo è però diventato panico – visto poi in chiave assolutamente utopistica – è stato l’Italia.

Frattini ha iniziato con “l’11 settembre della diplomazia”, successivamente il premier con “mi faccio una risata” per poi di nuovo “vogliono distruggere il mondo”, finendo con “è tutto falso”.

Nemmeno l’Iran ha commentato così istericamente la divulgazione dei documenti segreti. Gli Usa si sono addirittura trincerati in un no comment iniziale per poi fare le solite accuse a Julian Assange. L’Italia no.

Il governo italiano ha preso talmente seriamente i post scriptum del personale diplomatico nei confronti di Berlusconi che ha reagito in modo delirante e maniacale. Per cosa poi: perché è stato letto dell’incapacità del premier di gestire il paese? o perché organizza spesso dei “wild parties” e quindi non riposa abbastanza? Sciocchezze ovvie e risapute.

Questo governo è stato assolutamente incapace di gestire una crisi diplomatica leggera come quella evidenziata da Wikileaks. Mi chiedo in che modo saprebbero gestire una crisi seria, tipo l’approccio ad una guerra vera o ad una azione militare nel nostro territorio.

Tutto qua?

Il New York Times racconta in un articolo tutti i passaggi che hanno portato alla pubblicazione del materiale. Il giornale della Grande Mela ha ricevuto dal sito di Julian Assange una parte del materiale, dopo averlo visionato e deciso di eliminare alcuni parti ritenute pericolose per la sicurezza nazionale la redazione ha passato tutti i files in suo possesso alla Casa Bianca chiedendo commenti o osservazione. L’amministrazione americana ha ovviamente condannato la pubblicazione in toto del materiale, ma ha chiesto nello specifico di mantenere il segreto su alcuni files ritenuti particolarmente sensibili. La redazione del New York Times in alcuni casi ha accolto le osserivazioni dell’amministrazione americana e le ha rigettate in altre. Ha quindi girato le opinioni espresse dalla Casa  Bianca anche alle redazioni di Le Monde, The Guardian e Der Spiegel e allo staff di Wikileaks, perchè fossero informati.

Anche Le Monde pubblica un articolo simile in cui viene raccontato il percorso che ha portato fino alla pubblicazione. Il quotidiano francese spiega come i cinque media, sempre in contatto tra di loro, abbiano lavorato sul materiale grezzo presentato da Wikileaks cancellando nomi o dettagli che a loro parere potevano diventare un pericolo per qualcuno.

Rispetto alle rivelazioni sulla guerra in Iraq e Afhganistan pubblicate nei mesi scorsi, questa volta il sito di Wikileaks ha deciso di adottare una strategia diversa. Fino a lunedì mattina le uniche fonti che riportavano informazioni di prima mano erano i cinque media (Der SpiegelNew York TimesLe MondeEl PaisThe Guardian) coinvolti nell’operazione mentre sul sito di Wikileaks continuava ad apparire la vecchia homepage non aggiornata. E anche seguendo l’account Twitter del sito di Julian Assange, si veniva rimandati solo ai cinque media in questione, senza che venisse rivelato alcun file originale. Le volte precedenti Wikileaks aveva deciso di pubblicare tutto il materiale in un colpo solo sul proprio sito.

Questa volta, del materiale a sua disposizione una piccola parte è stata passata a cinque testate selezionate che hanno avuto un’esclusiva mondiale per quasi dodici ore. Passato questo tempo è stato creato il sottodominio cablegate.wikileaks.org dove quella piccola parte (ma solo quella) è ora a disposizione di tutti. E il resto? I responsabili di Wikileaks spiegano che il resto del materiale verrà pubblicato a rate nei prossimi mesi. Dietro questa scelta, si giustificano i responsabili del sito, ci sarebbe la decisione di voler dare il giusto spazio a ogni singola informazione.

L’assicurazione di Wikileaks

WikiLeaks è al centro di un uragano di dimensioni ciclopiche. Per scongiurare eventuali oscuramenti in territorio statunitense, l’organizzazione di Julian Assange ha messo online un file criptato di 1.4Gbche farebbe pensare a nuove e più roventi informazioni sull’operato dell’esercito americano in Afghanistan e Pakistan.

Il file in questione è chiamato “Insurance“, e come si evince dal nome stesso, potrebbe supporre ad una specie di assicurazione nel caso in cui gli oltre 90mila rapporti pubblicati dal wiki, dal Guardian e dal NYTimes, avessero fatto breccia nell’intelligence americana e malauguratamente si proponessero di bloccare la visione del sito negli Stati Uniti.

Secondo alcune fonti, questo nuovo mega file – grande quasi dieci volte il “War diary” – potrebbe contenere oltre 500mila rapporti e qualche video girato in territorio di guerra. Secondo altre fonti invece, il file conterrebbe sì rapporti e video di guerra, ma probabilmente sarebbero i dettagli delle operazioni militari portati fuori dal Pentagono da Bradley Manning, l’esperto informatico detenuto in una base militare in Virginia perché ritenuto il principale collaboratore di Assange assieme a due studenti del MIT e della Boston University. Altre informazioni dicono che il video dentro al file “Insurance” sia il girato dell’attacco delle truppe statunitensi a Garani, in Afghanistan, che portò alla morte di circa 100 civili.

Comunque vada a finire, Julian Assange ha dato l’ennesima prova che i segreti di stato non possono essere tenuti nascosti, ragion per cui si è assicurato la fuoriuscita delle informazioni oltre i confini digitali, rendendo nota la password del file ancora sconosciuto in caso di spegnimento del portale negli States.

(Giacomo Lagona per AgoraVox Italia)

 

La guerra in Pakistan alla luce del sole

Oggi Wikileaks – sito web specializzato nella pubblicazione di documenti militari e di intelligence coperti da segreto – pubblica 92mila rapporti assolutamente top secret del governo americano su migliaia e migliaia di missioni degli 007 statunitensi che parlano della guerra in Pakistan e Afghanistan. Wikileaks però non divulga da solo questi memorandum compromettenti, li offre in esclusiva ai tre più importanti giornali attualmente esistenti: l’americano NewYork Times, l’inglese Guardian e al settimanale tedesco Der Spiegel.

Nella maggior parte dei resoconti si scopre che Islamabad fa il doppiogioco prendendo soldi, aiuti umanitari e militari dagli alleati occidentali, e li passi, quasi alla luce del sole, ai talebani a cui ufficialmente fa la guerra. Che siano qualcosa di sconvolgente, i rapporti dell’intelligence americana, è comprovata dall’elevatissimo numero di vittime civili indicate nei dossier datati tra il 2004 e il 2009. Si parla di «militari e funzionari dell’intelligence che descrivono operazioni letali che hanno coinvolto gli Usa»; la parte riguardante i cosiddetti «danni collaterali», come li definì l’ex capo del Pentagono Rumsfeld, elenca 144 episodi in cui sono rimasti uccisi almeno 195 civili e 174 i feriti estranei al conflitto, di raid aerei contro covi talebani che nella realtà non lo erano, uccisioni di automobilisti inermi scambiati per kamikaze come ad esempio l’autobus pieno di bambini colpito dai francesi nel 2008 con otto feriti, o quell’altro colpito in pieno dai mitra americani che ferirono 15 passeggeri. E ancora: nel 2007 i militari polacchi, apparentemente per vendetta, bombardarono una festa di matrimonio uccidendo anche una donna incinta.

Obama, e la sua politica militare, sono nell’occhio del ciclone. Ma dalla Casa Bianca arriva la smentita che i piani strategici del presidente non coincidono con le date dei dossier, ma nel frattempo condanna seccamente la fuga di notizie definendole da irresponsabili per l’enorme pericolo a cui inevitabilmente si troveranno i militari Nato in quella zona. Ma Wikileaks denuncia le fonti ufficiali perché descrivono il Pakistan come un alleato sincero, mentre dai rapporti si legge che contrattaccano al doppiogioco dei servizi segreti pakistani. Insomma, buon viso a cattivo gioco.

Le pagine dimostrano come le reali capacità belliche pakistane vengano offuscate da notizie assolutamente false date in pasto ai media per non preoccupare il popolo americano. Come ad esempio l’accertata acquisizione di missili terra-aria da parte dei talebani; come l’alleanza occidentale stia usando sempre più frequentemente i droni Reaper per cacciare e uccidere i bersagli talebani controllandoli da una base nel Nevada, ma spesso diventano ingovernabili scontrandosi addirittura tra loro con un dispendioso uso di mezzi e uomini per il recupero; oppure di come i talebani abbiano causato tantissime stragi tra civili attraverso una serie di attentati esplosivi per le strade uccidendo 2000 persone fino a oggi. I talebani hanno usato missili a ricerca di calore contro gli aerei alleati, un fatto non rivelato pubblicamente dai militari, perché questi missili, di fabbricazione occidentale, sono quelli che i mujaheddin afghani usavano durante l’occupazione sovietica negli anni ottanta. Le segrete Task Force 373 – operativi speciali dell’esercito e della marina – che servivano a stanare i comandanti ribelli sotto la speciale lista di vivi o morti, a differenza delle numerose vittorie sbandierate dalle fonti ufficiali, hanno per lo più fallito e aumentato il risentimento degli afghani nei confronti degli alleati.

E proprio nel giorno in cui Wikileaks denunciava l’alto numero di civili vittime di «fuoco amico», le autorità afghane rendevano nota l’ennesima strage Nato di innocenti. Cinquantadue persone sono rimaste vittima di un tragico errore da parte dei militari alleati nella provincia meridionale di Helmand. Il fatto risale a pochi giorni fa. Nel distretto di Sangin un reparto misto afghano ed internazionale si è scontrato duramente con i talebani. I media afghani hanno raccolto testimonianze di persone rimaste intrappolate nel fuoco incrociato, ricoverate con ferite in ospedale. È emerso che un razzo è stato lanciato su una casa nel villaggio di Rigi, uccidendo decine di individui inermi che vi si erano rifugiati. Naturalmente subito si è levata la protesta del presidente Karzai contro questo ennesimo errore, ma subito è arrivata la controreplica dell’Ammiraglio Greg Smith, direttore delle Comunicazioni dell’Isaf: «Qualsiasi congettura sull’esistenza di vittime civili è assolutamente infondata. Stiamo svolgendo una esaustiva indagine congiunta con i nostri partner e riferiremo tutte le conclusioni quando saranno disponibili».

L’alto numero di morti civili aveva fatto capire all’ex capo delle forze Isaf in terra afghana, Stanley McChrystal da poco dimessosi su “consiglio” di Obama, di impartire nuovi e più caute istruzioni come la riduzione dei raid aerei notturni e l’eliminazione quasi totale dei blitz nei villaggi afghani per cercare i ribelli.

Come se la denuncia di Wikileaks fosse un ulteriore prova della bontà afghana, il presidente Karzai ha sottolineato la tradizionale posizione nazionale in base alla quale «il successo contro il terrorismo non si ottiene lottando nei villaggi afghani, ma colpendo i santuari e le fonti ideologiche e finanziarie che si trovano oltre frontiera». Ovvero in Pakistan, tanto per non smentirsi. Dopo la “Top Secret America“, la stagione degli scandali obamiani pare non finire mai.

(Giacomo Lagona per Agoravox Italia)